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January 12 LO SPRINT FINALE PARTE IIThe Stefano Bassi Communication In cooperation with
Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza and Polizia Penitenziaria too, and waiting for Guardia Forestale also presents
LO SPRINT FINALE PARTE II IL TEMPO DELLA RINASCITA ROMANZO SCRITTO DA STEFANO BASSI DETTO ANCHE GESU’
A WALL BOLD EDITION LO SPRINT FINALE PARTE IIA tutti gli infermi mentali Perché la fede della Ragione illumini il candore che è nelle loro anime. Alla mia Adorata cinzia, ai miei figli, a mio Padre e a tutti i miei Fratelli. Alla mia tenera sorellina Vale; alla candida e sempre eternamente illuminata anima della mia Santa Mamma. A tutti gli agenti di Polizia Penitenziaria E in special modo al carcere di Rebibbia, Regina Coeli e all’OPG di via Roma verso Scampia, n° 150 Secondigliano napoli , Ai loro Comandanti e a tutto il personale annesso. Ai carcerati, perchè capiscano e da lì si salvino. A Voi tutti, o Italiani Siate sempre fieri di esserlo. A Roma, città eterna, città aperta … e all’Urbe che sarà! OPG di via Roma verso Scampia, n° 150, Lunedì 24 Marzo 2008 Lunedì dell’Angelo. TdR 05:40:35 AD MMVIII LO SPRINT FINALE PARTE IIINTRODUZIONE
Casa di cura San Valentino, Roma, Mercoledì 23 Aprile 2008 TdR 15.04 AD MMVIII
Il Tempo del Porro è ormai concluso e nella mia vita è iniziato il Tempo della Rinascita. Per giungere a questo punto, sono dovuto arrivare fino all’internamento in un Ospedale Psichiatrico Giudiziario. D'altronde, il Tempo del Porro fu per me un tempo estremamente nefasto: il Tempo della Malattia e dei deliri. Deliri apocalittici; deliri inneggianti a una rivoluzione che si deve fare… che tutti dobbiamo combattere, per poter così arrivare al Tempo della Rivelazione. Quello della Vita Eterna. Yaveh è stanco. Stanchissimo. E’ stufo di tutto l’odio che pervade la terra e vuole adunare il suo popolo a raccolta per l’ultima volta. Dargli l’ennesima possibilità: la salvezza. Israele?! … questa volta la saprai sfruttare? Israele?! Finalmente … sei riuscito a comprendere? La Terra Promessa. La Terra Promessa: tutta la terra! L’Altissimo vuole ora concedertela. Iniziato nel 1993, a Londra , con le prime permanenti assunzioni di cannabinoidi, il Tempo del Porro, di cui il primo episodio di questa trilogia ne narra un particolare episodio, una crisi maniacale appunto, è perdurato fino al Sabato Santo della Santa Pasqua del Signore 2008, giorno in cui, di fatto, per me si è conclusa un’era. “Sei pronto. Non hai più bisogno di una guida. Puoi camminare da solo.” Furono le ultime parole che udii. Poi sparì. Non lo vidi più, né più ascoltai la sua voce. Ero finalmente libero dalla malattia. Ero finalmente me stesso e pronto per concedermi al mondo. Tuttavia, le forze nefaste e cosmiche di un Satana sempre agguerrito a far guerra al Signore, erano sempre in agguato e, in questo mio cammino santo e solitario, potrebbero distogliermi dalla mia effettiva missione: la Redenzione, la Rivelazione. Ho bisogno del Popolo: chiamo il Popolo a raccolta. Israele … ora inizia a seguirmi: fammi Re! Fratelli, Sorelle: il Tempo è ormai giunto. Eccomi! Siete pronti? Inizia il Tempo della Rinascita…si stanno tutti per risvegliare. Si stanno tutti per risvegliare. LO SPRINT FINALE PARTE IICAPITOLO 1 IL GIUDIZIO UNIVERSALE PARTE II
OPG di via Roma verso Scampia n°150 Venerdì 21 Marzo 2008 Venerdì Santo TdR 20:01 Inizio della Primavera AD MMVIII
Mi trovo in questo Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Secondigliano, Napoli, dentro la cella numero sei, all’ultimo piano di un edificio di tre piani. Il primo di questi tre piani è adibito a reparti ospedalieri; gli altri due sono divisi in sezioni. Due per piano. La porta, a grate d’acciaio verdi, della mia cella è ben chiusa a chiave e nel corridoio che compone la sesta sezione, quella in cui sono stato messo, si odono le voci degli altri internati che si chiamano vicendevolmente, al fine di scambiarsi una sigaretta, o magari del caffè. Si sente la bottiglia di plastica, con all’interno il caffè, che rumoreggia atterrando sul pavimento, dopo che qualcuno l’ha lanciata attraverso le sbarre. A volte, per raggiungere l’effettivo destinatario, la bottiglia, o la sigaretta, devono percorrere un itinerario a zig zag: le celle non sono disposte l’una di fronte all’altra, ma sono trasversali tra loro e qualcuno, a volte, deve fare da intermediario per un altro detenuto, in modo che attraverso di lui, poi, l’oggetto possa essere rilanciato al destinatario finale. A me è capitato spesso. Dalla mia cella, oltre ad averne un’altra, la sette, adiacente, ne posso vedere altre due: la dodici, ala mia sinistra, e la tredici, nella direzione opposta. Prima di queste ce n’è anche un’altra, ma è vuota. Le celle opposte alla mia, a differenza di tutte quelle che giacciono sul mio stesso lato della sezione, un corridoio lungo più o meno una trentina di metri, non sono singole, bensì hanno una capienza massima di quattro persone. Tutte hanno un bagno all’interno, con toilette, bidè e lavandino, mentre i locali per le docce giacciono sul lato opposto alla mia cella. Subito dopo la sala ricreativa dove, all’interno, si trovano un tavolo di calcio balilla e uno da ping pong. All’interno della sala docce ve ne sono tre in fila, divise da separè. La mia cella, come le altre, dispone di un tavolino e uno sgabello, seduto ai quali scrivo e mangio. C’è poi il letto, davanti alla porta, ben in vista in modo che quando passa il controllo, si possa ben osservare cosa il detenuto stia effettivamente facendo: se dorme; se è sveglio; se sta armeggiando con qualcosa. Ci sono poi due mobiletti, un armadietto rettangolare alto e stretto, con una stecca posta all’estremità superiore longitudinale, dove si possono appendere i pantaloni; e uno più piccolo, ancorato all’altra parete, quella di fronte al letto e al tavolo, sempre rettangolare, con due ripiani, dove ho disposto le mie magliette, due felpe, le mutande e i calzini. Tutti e due i mobili sono ben ancorati alla parete. Non vi sono stampelle o altri oggetti contundenti. Tutte le celle sono munite di questo arredamento. Nelle multiple, ovviamente, c’è l’arredamento necessario per quattro persone. I bagni sono tutti della stessa grandezza. Nella cella dodici ci sono due persone; nella tredici quattro. A seguire, andando verso l’ingresso della sezione, vi sono altre due celle: la quattordici e la quindici. La prima ha tre inquilini, mentre l’ultima, quella più vicina all’ingresso della sezione, ha un detenuto solo, il Professore, un personaggio alto di statura e di circa cinquant’anni, sposato e con due figli circa trentenni, a suo dire, che, nell’ultima licenza premio ricevuta non aveva fatto rientro nell’OPG, divenendo di fatto un evaso. Lo tengono in isolamento, ma questa misura non è quella che si usa nei penitenziari comuni: il Professore può sempre uscire a passeggio durante l’ora d’aria e camminare con noi all’interno della sezione, tra le 16.00 e le 19.45. Qui non siamo in un carcere vero e proprio, ma in un ospedale un po’ diverso dagli altri. Ci trattano anche con umanità. Ecco, comunque, che mentre scrivo, qualcuno chiede ancora una sigaretta. Il motivo per cui sono stato rinchiuso in un OPG è da trovarsi negli ultimi atteggiamenti violenti che ho manifestato tra il 28 novembre 2007 e l’11 febbraio del 2008, giorno in cui di fatto sono stato arrestato per la quarta volta, con l’accusa di lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. Precedentemente, a novembre e ancora a febbraio, ero stato arrestato altre due volte: una volta per tentata rapina e la seconda per tentata estorsione. Gli arresti, questa volta e a differenza di quello di due anni prima, quello per rapina impropria avvenuto per mezzo del Commissariato Prati, e che descrivo nel primo episodio di questa trilogia, furono tutti eseguiti dalla Stazione dei Carabinieri di Porta Cavalleggeri, Roma, che si trova in via del Crocifisso, proprio davanti agli uffici della Trip Broker, società di intermediazione assicurativa appartenente a mio padre, di cui ho più volte parlato nei miei precedenti scritti. Quel novembre ero andato tuttavia a esigere un mio diritto: essere risarcito per un sinistro automobilistico. Era accaduto che in un week end avessi utilizzato una delle auto aziendali di un’altra società del gruppo: la Security Affinity In Rome (SAIR). In quel week end mi dovetti recare al Quartier Generale, in Toscana, per prendere degli effetti personali che vi avevo lasciato. Per volontà di mio padre, il Quartier Generale si trovava nuovamente in vendita e necessitava di una ristrutturazione: bisognava ridipingere il tetto, in modo che il possibile acquirente non notasse che vi erano delle infiltrazioni di acqua piovana. Risistemare i tubi di scolo Dargli un aspetto più decente. Io, lì dentro, avevo tutto il mio materiale d’archivio e non volevo che intrusi, come era già capitato due anni prima con il furto della mia autovettura, vi potessero mettere le mani sopra. Partii così di sabato mattina, a bordo di una Citroen Xsara Picasso di color grigio, ma arrivato al bivio di Ponte a Rigo, poco dopo il confine tra Lazio e Toscana e più precisamente al chilometro 146 della strada statale 2 “Cassia”, proprio quando mi stavo immettendo nella strada che saliva le pendici del Monte Amiata e che conduce fino a Piancastagnaio, ricevetti una telefonata sul mio cellulare. Stupidamente, mentre ero ancora alla guida, risposi al cellulare: la macchina aziendale non era fornita di dispositivo vivavoce. Dall’altra parte della linea, rispose una signora che mi annunciava di essere una consulente immobiliare. Qualche giorno prima le avevo lasciato il mio recapito telefonico. Io e mia moglie volevamo cambiare casa e avevamo notato, sempre nella zona in cui vivevamo, dei cartelli immobiliari ai quali, prendendo i recapiti telefonici, avevamo risposto e chiesto le prime informazioni. Tuttavia, proprio nel momento in cui parlavo con la signora dell’agenzia immobiliare, un’interferenza collegò una seconda telefonata, sovrapponendola alla prima. Si sentiva ora una voce di un’altra donna, straniera, presumibilmente dell’est. La voce della signora dell’agenzia non si sentiva più. Io troncai la conversazione e mi concentrai nuovamente sulla guida. Pochi attimi dopo, ecco che il cellulare squillava nuovamente. Io feci solo in tempo a dirigere lo sguardo verso il display e a notare il numero telefonico dell’agenzia immobiliare, e, subito dopo, rialzando gli occhi verso la strada, dovetti realizzare di essermi immesso in una curva, e che non potevo fare altro che attutire, con una lesta manovra, l’uscita di strada. “Parcheggiai” l’autovettura in un fossato poco profondo, ai margini della strada, disponendo la macchina sul suo fianco destro. Intanto, ripreso il cellulare che squillava nuovamente, la signora dell’agenzia immobiliare continuava a chiedere informazioni sulla mia volontà di vistare l’appartamento. “Guardi signora, con le sue telefonate, mi ha appena fatto uscire fuori strada. Lasci stare e non mi chiami più.” Aprii lo sportello e uscii dall’abitacolo. Non sembrava una cosa grave: c’era solo un piccolissimo alberello di fronte che aveva, almeno sembrava così, abbozzato il cofano. In seguito, realizzai che quel fruscello di pianta aveva distrutto il radiatore e che l’autovettura non sarebbe potuta ripartire. Tornai nell’abitacolo e cercai i documenti dell’autovettura. Naturalmente, grazie all’efficienza dell’azienda, mancava la copia della polizza assicurativa, ma c’era una tesserina con il numero del soccorso stradale e dell’assistenza della Citroen. Telefonai al numero gratuito, ma, con mia grande sorpresa, quanto rammarico, dovetti realizzare che l’efficienza aziendale aveva colpito ancora: la garanzia del servizio era scaduta. “In ogni caso – fece l’addetta che mi aveva risposto – se vuole potrò ugualmente inviarle un mezzo di soccorso. Dovrà in ogni caso pagarlo da suo conto.” Disposi per l’invio del mezzo. Poi telefonai a mio fratello. Non avevo soldi a sufficienza. “Senti qui è un casino. Ho appena fatto un incidente e in questa macchina tutto è uno schifo. L’assistenza con la Citroen è scaduta. Manca la polizza di assicurazione. Puoi per caso verificare tu stesso se su di essa c’è la garanzia assistenza?” Lui verificò. Poi mi fece sapere. C’era. Mi diede il numero della centrale operativa. Telefonai. Fu un vero e proprio marasma. L’addetta che mi rispose questa volta mi identificò subito: chiamavo con il mio numero di cellulare ed ero nei loro archivi e come cliente, e, ci ho riflettuto dopo, come cattivo sinistrato. Mi passò a un altro operatore che mi disse che, avendo già attivato il soccorso stradale con un’altra Compagnia, loro non potevano fare nulla. Chiesi allora informazioni sulle garanzie accessorie: “C’è la garanzia auto sostituiva?” feci io. Mi passò un altro operatore e poi un altro. E un altro ancora. Feci l’incidente verso le 17.30. Ebbi la risposta, errata per altro come verificai a Roma, che la garanzia auto sostituiva non era presente nel contratto, verso le 19.00. Mi domandai, allora, se anche quella compagnia di assicurazione fosse a conoscenza dei miei problemi e psichiatrici e finanziari e se avesse anche lei accesso ai dati della Centrale Rischi Italiana. La polizia lo aveva. L’avevo verificato due anni prima, durante il ricovero nella clinica Samadi… il ricovero che narro nella prima parte di questa mia trilogia. Allora, la poliziotta, sotto suggerimento di un’altra che le diceva: “Lascialo stare … è pazzo”, mi aveva sbattuto il telefono in faccia. Io allora volevo provare a fare un esposto, lo sapete: la MAFIA mi aveva fatto sparire tutte le prove con il furto della mia autovettura che conteneva tutta la mia documentazione di archivio, tra cui l’ultima lettera: quella prima del suicidio. Ora ero lì, in mezzo alla strada, tra Ponte a Rigo e Casa del Corto, attendendo un carro attrezzi che avrei dovuto pagare senza avere i soldi con me. Una notte da passare distante 150 chilometri da casa, sempre senza soldi … avevo appena 50 euro. E una garanzia “auto sostitutiva” che avrebbe risolto tutti i problemi, la cui attivazione non mi era stata concessa dalla mia Compagnia di assicurazione. Il carro attrezzi, quando arrivò, mi lasciò ad Acquapendente e lì, in un bell’albergo, nella stanza Paradiso, passai un’ottima serata e assaporai un’ottima cena. Tuttavia, l’albergatore, anch’egli, si informò su di me e la cosa più strana è che non mi fece problemi quando gli dovetti dire che sui 65,00 euro richiestomi, ne potevo pagare solo 50,00. Anzi, mi diede anche la possibilità, la mattina seguente, domenica, di fare colazione nel bar centrale della piazza, rilasciandomi un biglietto da visita dell’albergo con su scritto il mio nome e cognome e l’accredito, appunto, di una colazione. “Lei andrà via presto domattina?,” mi chiese. LO SPRINT FINALE PARTE II“Sì, verso le 6.00,” risposi io. “Benissimo, a quell’ora il servizio colazioni non è disponibile. Tenga questo biglietto, e riprenda i documenti.” Poi mi diede la ricevuta. Per 65,00 euro. Quella sera, comunque, ci fu una visita dei carabinieri, che sostarono a lungo sotto la mia finestra, proprio all’ingresso dell’albergo. Con uno dei commilitoni ci incontrammo con lo sguardo. Io lo guardavo dalle grate delle persiane, fisso, lui se ne accorse. Fece un sussulto.
Così, quel novembre, il giorno del mio arresto, entrato all’interno della sede della Trip Broker, andai direttamente all’ufficio cassa e mi rivolsi, in questo modo, a quella che consideravo un’amica: “Cara Jessica, sono qui principalmente per chiederti un consiglio, perché potrei comportarmi in due modi: o fare in modo che tu mi dia spontaneamente i soldi che mi spettano; o dirti che ho un coltello in tasca e che sto facendo una rapina.” Naturalmente, io, il coltello non lo avevo. La stupidità di Jessica, e la mia risolutezza ci misero il resto. Jessica telefonò a mio fratello il quale, poi, chiamò i carabinieri. Fu lì che feci la conoscenza con il Maresciallo Marco Andrea Meneito, una persona dalla corporatura media, le mani sottili e ben curate, i capelli scuri rasati e il pizzetto sul mento e sulle labbra. Una persona che, dopotutto e dopo i tre arresti consecutivi che portò a termine nei miei confronti, stimo, apprezzo e ammiro moltissimo. Nell’ultimo arresto, ad esempio, quello appunto dell’11 febbraio 2008, mi massacrò di botte e dire che lo stimo, lo apprezzo e lo ammiro moltissimo vi sembrerà una cosa strana: ma Marco Andrea, quel giorno, fece solo il suo mestiere e le botte che presi furono più dovute alla sua rabbia che ad altro. Era qualche tempo che finalmente ero riuscito a collaborare con quella stazione dei carabinieri che, probabilmente, poteva fare da precursore alle altre ed essere mia portavoce per la rivoluzione che stavo progettando: i carabinieri, io lo sapevo bene, erano tutti dalla mia parte. Stavano solo aspettando il momento giusto per entrare in azione e fare con me quel colpo di stato che stavo progettando. Io però, continuando a fare la guerra a mio padre, continuavo ad essere schiavo del Tempo del Porro e non mi comportavo effettivamente dal soldato che il Generale e il Maresciallo Meneito si attendevano. Loro me lo dicevano sempre: “Qui non devi venire. Devi stare lontano dagli uffici di tuo padre. Devi lasciarlo stare tuo padre.” Non doveva essere lui il mio obiettivo: doveva essere l’intera nazione. Infatti, quell’11 febbraio, quando feci irruzione per l’ultima volta nei locali della Trip Broker, il Maresciallo Meneito fu immediatamente allertato da una delle assistenti di mio padre, che incontrai scendere la scala a chiocciola che conduceva al piano di sopra, di fronte alla stanza di mio padre. Io, arrivato al piano, senza neanche esitare un istante, sfondai la porta, chiusa a chiave, con un calcio: mio padre sobbalzò, ma si riprese subito. Poi incominciai a sbeffeggiarlo: “Devo portare via questo computer”, feci io, ormai giunto presso la sua scrivania e indicando l’hardware nel ripiano sottostante. Poi mi diressi verso il tavolo circolare, al centro della sala, e presi un fascicolo che si trovava al di sopra, il primo che mi fosse capitato per le mani, portandomelo via, con mio padre dietro che mi rincorreva alle spalle. Arrivai alla porta di uscita dell’ufficio. La aprii e poi mi girai e di scatto. Senza pensarci su un attimo gli scagliai il fascicolo in volto. Poi discesi le scale, con lui sempre dietro, ormai sanguinante sulla fronte, che mi rincorreva. Uscito appena fuori dall’androne, immessi i piedi sulla strada, vidi il Maresciallo Meneito nell’intento di attraversare la strada, che si dirigeva con altri tre suoi commilitoni verso di me. Esitai un attimo, giusto il tempo che mio padre, urlando di rabbia, dolore e disperazione per l’ennesima violenza che gli avevo fatto, mi si avventasse addosso. “Maximillian!” urlò l’assistente, ormai in lacrime e io, dentro di me, nell’istante in cui avevo mio padre addosso, provai una fitta di dolore così forte che non avevo mai provato: neanche per la morte di mia madre. Capii che avevo fatto male, che ero stato nuovamente in balia del demonio; ancora una volta distorto, deviato e posseduto a commettere uno dei peccati peggiori: non onorare il padre. Ma proprio un attimo dopo, mentre pensavo a quelle cose, ecco che il Maresciallo Meneito mi sollevava di peso, prendendomi dalle asole dei miei pantaloni, con gli altri tre commilitoni che mi immobilizzavano supino. Poi, in quella posizione, mi portarono all’interno della stazione, e dentro, ormai nascosti dal muro di cinta, si sentì il Maresciallo gridare: “Ah! …fai resistenza!” “Non sto facendo resistenza”, provai a implorare io, ma fu inutile. Mi portarono all’interno della caserma, nella stanza dei Marescialli e mi fecero sedere sulla mia sedia, quella delle collaborazioni. Poi arrivò il Generale e ordinò: “Andatevi a fare refertare, tutti!” Poi scomparve e mi lasciò nelle mani del Maresciallo, che fece il suo mestiere. Molto più gentile fu il Maresciallo in occasione della nostra conoscenza. Fui io ad aprirgli la porta, avendoli visti arrivare dall’occhiello, quando giunsero sulla soglia dell’ufficio amministrativo della Domus Sperantiae, altra società appartenente al gruppo assicurativo di mio padre, i cui locali erano sempre al primo piano di quell’edificio in via del Crocifisso. Erano in tre, tutti in borghese. Il Maresciallo mi fece uscire dagli uffici. Poi sul pianerottolo mi perquisì. All’interno dell’ostensorio, il portasigarette di cuoio, regalatomi in Comunità Mondo Nuovo da una persona sieropositiva, e che pendeva dal mio collo e dal quale pendevano anche attaccate alla cintola di chiusura le tre penne simboleggianti le tre forze armate di cui fino allora ero alleato: polizia (la Stilografica nera); carabinieri (il gadget dell’Arma effettivamente regalato a mio figlio dal Generale) e quella blu posta nel centro, di mio padre (quella che rappresentava la Guardia di Finanza), custodivo come sempre dell’hashish. Lo consegnai spontaneamente al Maresciallo. “Non permetterti mai più di mettere questa merda vicino alla penna dell’Arma”, fu la prima affermazione indignata di Marco Andrea. “La uso come medicina. Soffro di un disturbo bipolare dell’umore e, nei momenti di eccitamento, l’hashish mi calma e mi tranquillizza. Poi, per il resto, per me è un onore portare questa penna. L’ha regalata il vostro Generale a mio figlio,” fu la mia risposta. Il Maresciallo mi fissò. Poi annuì. Mi portarono in caserma, dove mi perquisirono completamente e da dove, poi, mi condussero nella mia abitazione a prelevare il rimanente hashish. Infine, finii per passare la notte in una cella di sicurezza di quello che in gergo i carabinieri chiamano l’hotel San Pietro, nei pressi di Castel Sant’Angelo. Prima però mi portarono a prendere le impronte digitali e fare le foto segnaletiche alla Stazione San Pietro, nei pressi di piazza Cavour. Il giorno dopo iniziò il processo per direttissima. Il secondo di questi ultimi tre arresti, quasi consecutivi, avvenne nell’ufficio della cooperativa sociale dove lavoravo. Era appena terminata la seconda udienza del precedente processo, e casualmente, gli impiegati della Trip Broker si erano dimenticati di consegnare al mio avvocato di fiducia le carte inerenti all’apertura della pratica di sinistro con le quali, molto probabilmente, il giudice mi avrebbe scagionato dall’accusa di tentata rapina. L’avvocato riuscì a ottenere un rinvio dell’udienza, mentre intanto la mia bile mi saliva al cervello. Tornai così in via del Crocifisso, presso gli uffici di mio padre e, salito al piano di sopra, lo trovai nella sua stanza con un’altra delle sue assistenti. Incominciai a fare le mie rimostranze, avendo uno stato d’animo alterato e nervoso. Gli rubai il cellulare e me lo portai via. Vi misi all’interno la mia scheda telefonica, sapendo benissimo che quella di mio padre sarebbe stata immediatamente bloccata e, mentre intanto lui e la sua assistente si dirigevano nella caserma a denunciarne il furto, io incominciai a smanettare tra la rubrica. Poi incominciarono le loro disperate telefonate. “Se rivolete il cellulare mi dovete portare una busta contente diecimila euro e depositarla nella cassetta delle poste della mia abitazione”, feci io per giocare e, mentre intanto continuavo a smaneggiare nella rubrica, incominciavo a telefonare ai vari personaggi che vi trovavo, con l’intento di fissare ipotetici appuntamenti a nome di mio padre. Loro erano sempre più presi dal panico per i danni che quelle telefonate avrebbero potuto fare. Quello che notavo era una pronta risposta alle mie richieste da parte del personaggio di turno, che non essendo sicuro che non fosse MHL a parlare, era accondiscente alle mie richieste e si prodigava per accontentare l’ipotetico boss. “Si carissimo, allora vieni a trovarmi in ufficio. Sì. Al Crocifisso.” Dicevo io. Tutti scattavano sull’attenti, tutti erano pronti a rinunciare ai propri impegni e a farsi trovare a Roma, venendo anche da Grosseto, per il lunedì mattina seguente. Quando telefonai era venerdì. Poi incominciai a sfogliare la memoria degli sms, e ne trovai uno che si erano scambiati mio padre e la sua assistente, che mi sembrava compromettente: provai a inviarlo a molti personaggi a cui avrebbe potuto interessare. Non so se feci centro, poiché, dopo, la mia scheda fu bloccata per furto. Così mi diressi nel mio ufficio, alla Garbatella, ma qui, dopo che il Generale mi ebbe contattato sul cellulare per indurmi ad andare a costituirmi in caserma, venne lo stesso Maresciallo Marco Andrea Meneito ad arrestarmi. Mio padre e la sua assistente, mentre facevo loro le varie richieste di soldi per restituire il cellulare, aumentando il prezzo col passare del tempo (ero arrivato anche a centomila euro), era in viva voce con il Generale, e quindi per quanto da lui stesso ascoltato, non poteva che accusarmi di tentata estorsione. “Stefano, eri in viva voce, e ci sono gli estremi per la tentata estorsione. Devi venire qui.” Mi disse il Generale. “Generale, se vengo mi arrestate sicuramente. Forse è meglio che veniate voi, se volete veramente arrestarmi. Adesso sono nei pressi del mio ufficio, alla Garbatella.” Risposi io. Poi salii in ufficio e mi confidai con i miei colleghi. “Che faccio, mi do alla macchia?”chiesi io. “Ma no, stai tranquillo. Mettiti a lavorare tranquillamente. Non succederà nulla”, fece una di loro. Andai alla mia scrivania. Accesi il computer, ma qualche minuto più tardi arrivò il Maresciallo Meneito. Fui portato nuovamente in caserma, e da lì, quella notte, la passai all’hotel Gianicolense, un posto dove si stava bene, mi dissero i carabinieri. Il giorno dopo però, non presenziai all’udienza. L’avvocato credo trovò un espediente, ossia convinse il giudice di turno di una mia collaborazione al fine di far individuare ai carabinieri di Porta Cavalleggeri il luogo di spaccio e i volti degli spacciatori dove mi rifornivo a San Lorenzo: iniziava l’operazione San Lorenzo e la promessa che feci due anni prima nel Commissariato San Giovani, quella ossia di fare prendere alle forze dell’ordine un pesce piccolo, si stava materializzando. Vi andammo il sabato seguente, il giorno dopo, su una seicento di color celeste, nella quale io, arrivati in via dei Volsci, dovetti mettermi steso sul sedile posteriore, in modo tale che gli spacciatori presenti non mi individuassero e non mi riconoscessero. Spiegai ai carabinieri i luoghi dove nascondevano il fumo: sugli stipiti dei negozi; sotto i secchioni della spazzatura. Poi dissi loro che tutta la gente che si trovava nella strada erano spacciatori. Facemmo un giro veloce. Loro memorizzarono i volti di quei personaggi. Poi mi lasciarono nei pressi del cimitero Verano. Per qualche giorno, dopo, tutto andò bene. Ma domenica 10 commisi un errore. Andai a casa de Il Freddo quella notte, e non trovandolo, verso le tre di notte, forzai le persiane della finestra ed entrai nell’appartamento. Con mia grande sorpresa, all’interno, non trovai un abitazione comune, ma uno studio fotografico vero e proprio. Nel salotto, al posto del tavolo e della libreria, che lì avevo sempre visti, ora c’era uno spazio vuoto. Sul lato sinistro, degli armadi metallici contenenti materiale di cancelleria, un proiettore di diapositive, un vecchio computer portatile e delle cassette dat vergini. E in fondo, nei pressi della parete, accanto alla cucina, al lavabo e al frigorifero vuoto e che sembrava essere stato inutilizzato da parecchi mesi, si ergevano due lunghi fari. Il bagno era adibito a camera oscura e la stanza da letto ad ufficio. Cominciai a curiosare nella sua roba e, oltre a un paio di computer, due telecamere, e macchine fotografiche varie molto costose, trovai molte altre cassette dat, questa volte registrate, alcune delle quali avevano su scritto il nome di una certa Pamela, che si ripeteva più volte, in compagnia di altri nomi maschili. Io sapevo che Il Freddo filmava matrimoni. “Ma mio fratello che fa? I film porno? – pensai - E come ha comprato tutti questi macchinari, se non lavora e non ha soldi?.” Fui preso dal dubbio e dalla paura che mio fratello effettivamente stesse percorrendo una strada sbagliata e malandrina e che si potesse mettere nei guai. Ne avevo già avuto dei sospetti, quando mia moglie mi riferì di una volta che Il Freddo le fece una confidenza: “Sto cercando un misuratore graduato. – le disse un giorno che si trovarono da soli in macchina – Sai, bisogna stare attenti quando tagli la cocaina. Se ti sbagli, puoi far stare molto male qualcuno.” Allora, il 23 agosto del 2007, andai al commissariato Prati a raccontare queste confidenze, sperando che tenessero sott’occhio mio fratello e che facessero in modo che non si mettesse ulteriormente nei guai. Ma non era successo niente. Ora tutto quel materiale. Anche la foto di un trans. Ebbi paura per lui e impacchettai tutto, dirigendomi, alle sei di mattina, senza soldi e in taxi, verso la stazione di Porta Cavalleggeri. Qui però, mi accusarono di furto e dissero che mi ero costituito. Peccato, perché il giorno prima sembrava che fossimo stati perfetti. Verso le 18.30 di quella domenica, eravamo infatti tutti scesi insieme dall’autobus della linea 64, proprio alla fermata di fronte alla stazione di Porta Cavalleggeri. Io, dopo l’operazione, avevo visto i volti di Er Milite Ignoto e di Er Roccia all’interno dell’autobus: Er Roccia, nei pressi dell’entrata anteriore, sorrideva; Er Milite Ignoto, all’altezza delle porte centrali, faceva il vago. Finalmente mi sentivo tranquillo e avevo capito: loro erano tutti dalla mia parte. Mi avrebbero appoggiato nella rivoluzione; mi avrebbero assistito; mi avrebbero dato protezione e ne avrebbero data anche a mia moglie e ai miei figli. L’operazione era cominciata a San Lorenzo. Saranno state le 16:00 quando uscii fuori dal portone del palazzo ove abita l’Arcangelo Michele. Accesi il registratore e memorizzai data e ora. Poi mi voltai. Subito dopo, dallo stesso portone, uscì un uomo, abbastanza alto, ben vestito, ma non in giacca e cravatta. Sembrava che mi seguisse. Io mi fermai e lo feci passare, poi annotai la sua descrizione sul registratore e mi misi a girare per il quartiere. Dovevo inventarmi un diversivo: se mi avessero beccato col registratore acceso, avrei detto che me l’ero dimenticato e che stavo registrando delle idee su come abbellire maggiormente il quartiere. Tutti sapevano che ero strano e i più mi consideravano pazzo. Non avrei poi dato troppo nell’occhio. Circa mezzora dopo arrivai davanti all’ingresso del 32, il centro sociale che si trova in via dei Volsci. Sull’uscio c’era LHS, il pusher calvo e dal naso aquilino che già tante volte mi aveva rifornito. Io, quel giorno, ero a secco. Avevo fatto l’errore di dire a P1, Pusher number one, un tipo non troppo alto, sempre vestito di nero, lentigginoso e dai capelli rossastri, corti, la carnagione pallida e, naturalmente, lo spacciatore della mia zona, Pontelungo, che ero effettivamente una guardia, mostrandogli come prova la penna dell’Arma: “Puoi diventare un intoccabile, - gli dissi – come Michele”. P1 era perplesso. “Stai col nemico…”, fu la sua risposta, poi entrò nel locale delle scommesse, proprio all’angolo del palazzo in cui viveva. “Stai tranquillo. A me interessa il Bar degli Ebrei”, continuai. “C’è poca roba, ora,” disse lui. Io questo l’avevo già capito. Ormai, da quando ero partito con l’operazione Pesce Grosso, due anni prima, ossia da quando ero entrato con quei due agenti in borghese, subito dopo aver presenziato alla prima udienza di quello che ho descritto nella prima parte di questa trilogia come “Il giudizio universale – parte I”, tutto si era acquietato all’interno di quel bar: le prostitute rumene erano scomparse, tolte dal bancone del bar che fungeva da vetrina e Riccardo Ricciardi, in qualche modo, era sparito dalla circolazione, morto chissà come l’11 gennaio del 2007. Povero Riccardo, l’avevo proprio incastrato bene, lui che aveva chiesto soldi in prestito per pagare debiti di gioco a una guardia. Ora non c’era più, e io non avevo il testimone che mi serviva. “Mi serve il fumo”, chiesi allora a P1, “Sei con me?” P1 ci rifletté su un secondo, preso ormai dallo scompenso di essere forse stato messo in mezzo tra il martello e l’incudine: da che parte stare … con le guardie? O ancora da quella del Bar degli Ebrei? Possibile? Ero veramente una guardia? Tutti sapevano che ero pazzo, soltanto un pazzo che si spacciava, nei suoi momenti di euforia per Gesù Cristo, per il Messia in persona. Non sapeva che era tutta una messa in scena, la mia, ben studiata per fare in modo che la gente si confidasse con me e mi rilevasse i pettegolezzi sul malaffare del quartiere. Ci pensò ancora un attimo poi rispose. “Te lo porto tra poco a casa. Devo passare dal tipo.” Io restai in attesa. Erano circa le 13.00. Verso le 15.00 non era successo nulla e il fumo non era arrivato. Lo chiamai sul cellulare. “Il tipo è alla partita. C’è da aspettare, mi fece lui.” Andai così a San Lorenzo e passai dall’Arcangelo. Restai lì un tre quarti d’ora. Ci facemmo una canna, ne aveva una sola. Uscii da casa sua alle 16.00. Alle 16.30 incontrai LHS. “Campione!”, gli feci quando lo incontrai sull’uscio del 32. Lui mi guardò perplesso. Indossavo sul capo una scoppola grigio-ghiaccio che mi aveva donato l’Arcangelo; degli occhiali da sole scuri che mi celavano gli occhi; e la mia sciarpa di cachemire tirata su fino al naso. LHS non mi riconobbe subito. Poi mi guardò meglio e disse: “E chi ti riconosceva così.” “Campione, ho bisogno di te. Hai qualcosa?” Continuò a guardarmi, poi mi fece entrare nell’ingresso del centro sociale. “Quindici euro”, mi fece. “Ne ho solo dieci.” Lui ci pensò un attimo, poi mi fece cenno di accomodarmi e mi fece sedere con le spalle al bar, nell’ultima sedia del primo tavolo. Si diresse nuovamente verso la porta. La chiuse. In quell’istante ebbi un sussulto di paura: avevo il registratore acceso nella tasca superiore destra del mio Napapjiri. Che sarebbe successo se me l’avesse beccato? Avrebbe capito? Mi avrebbe eliminato? Avevo il diversivo pronto, sì, ma ci avrebbe creduto? Feci finta di nulla e restai calmo. Lui si indirizzò verso la cucina. Quando vi fu dentro, estrassi il registratore dalla tasca. Lo spensi e lo riposi nel mio zainetto: ormai avevo registrato a sufficienza e quel materiale, più la mia testimonianza, sarebbero bastati per incastrarli. Tirai fuori dallo zainetto uno dei miei quaderni, quello con i progetti della cooperativa sociale che volevo costituire. Mi misi a sfogliarlo. Non sapevo cosa avesse realmente intenzione di fare LHS. Già una volta, due anni prima, quando andai al commissariato San Giovanni a proporre il patto di fargli prendere un pesce piccolo e uno grande, San Lorenzo e il Bar degli Ebrei appunto, quelli del quartiere l’avevano saputo. Poi LHS tornò da me. Aveva il fumo. Era una buona quantità: sempre generoso il buon LHS. Peccato che questa volta si trovava di fronte a una guardia. Lo ringraziai e gli dissi del progetto della cooperativa sociale. Volevo in qualche modo farlo partecipare, aiutarlo. Mi faceva tenerezza e magari, commutando gli eventuali arresti in un periodo di disintossicazione in una comunità di recupero, l’avrei potuto salvare. Gli dissi che avrei scritto il progetto in fretta e che gliel’avrei portato per farglielo leggere. “Puoi prenderti anche venti settime”, rispose lui. Era il 10 febbraio. Di settimane ne sono già passate parecchie. Da via dei Volsci, avuto ormai quanto mi occorreva, mi incamminai verso la stazione Termini, risalendo piazzale Tiburtino e continuando per via Giolitti. Arrivato all’ingresso laterale, mi guardai attorno e preparai la messa in scena: tirai su la sciarpa fino a coprirmi la bocca e il naso. Mi coprii gli occhi con gli occhiali ed abbassai la scoppola sulla fronte. Ora del mio viso si vedeva poco o nulla. Mentre la gente passava, e mi notava, mi feci il segno della croce, in modo ben visibile per far sembrare che volessi compiere un atto estremo. Speravo che, visto il clima che correva, potessi essere interpretato come un terrorista. Poi mi introdussi nella stazione, arrivando fino al binario 26. Qui, di fronte a una telecamera, mi girai uno spinello. Camminai lungo il binario, facendo il saluto romano a ogni telecamera che incontravo. Passarono molti addetti su quel binario. Era ovvio: avevo provocato dell’apprensione e la sicurezza stava pensando a un possibile attentato. D’altronde, era da tempo che avevo i servizi segreti alle calcagna e questi non avevano ancora capito bene da che parte stessi: di mussulmani ne conoscevo parecchi. Ora volevano controllarmi e agire al momento opportuno. Io naturalmente, stavo solo giocando: mi piaceva l’idea di terrorizzarli. Entrai così nuovamente nell’androne laterale della stazione, quello che costeggia via Giolitti. Mi girai un’altra canna. L’accesi all’interno. La gente mi guardava perplessa. Poi uscii fuori, ancora su via Giolitti e, arrivato all’altezza del Mc Donald, rientrai nell’atrio della stazione, ancora con la canna in bocca, e mi misi a seguire un carabiniere. Finito lo spinello gli tirai il filtro dietro, quasi a colpirlo sulle scarpe. Andai poi in piazza dei Cinquecento, in direzione del capolinea del 64. Salii sopra e sedetti al posto di fronte all’uscita centrale. Verificai la registrazione. Un attimo di panico, poiché sembrava che non avessi registrato nulla. Poi la certezza, la voce di LHS : “Quindici euro!”. Spensi il registratore e incominciai a parlare tra me e me, con l’obiettivo di farmi ascoltare dai vicini e cercare di continuare quella mia personalissima operazione di terrorismo psicologico. Parlavo della guerra, dei mussulmani, dei terroristi. L’autobus partì. Era affollato; anzi molto affollato; pieno. Io guardavo fuori dal finestrino e con la coda dell’occhio cercavo di notare la reazione dei vicini alle mie parole. Piazza della Repubblica; via Nazionale; Piazza Venezia; Torre Argentina e Corso Vittorio Emanuele.Poi, quasi arrivati al ponte, l’illuminazione: i volti di Er Roccia che sorrideva e di Er Milite Ignoto che faceva il vago. Arrivati nei pressi della fermata, mi misi di fronte all’uscita: alle mie spalle c’era Er Milite Ignoto. Mi sentii cingere sui fianchi. Sorrisi e allegramente, una volta fuori dall’autobus, ci salutammo: “Non devi parlare, quando ci vedi”, mi fece Er Milite Ignoto mentre ci incamminavamo verso la caserma. “Ma era solo per fare scena – risposi io – E poi … chi vi ha visto?! Io no di certo”, continuai strizzandogli l’occhio. Arrivai per primo di fronte all’ingresso della stazione e feci per entrare, ma Er Milite Ignoto mi bloccò: “Dove vai?”, fece sorridendo. Io non capii: e il fumo? E la cassetta con la registrazione della conversazione con LHS? Ci pensai su un attivo. E’ vero; avevo la bomboletta di vernice spray in mano. Bisognava forse continuare l’operazione terrorismo psicologico. Chiesi allora a Er Roccia. “Ma un carabiniere è in servizio sette giorni su giorni?” “Sì”, fece Er Roccia sorridendomi. “Ventiquattro ore su ventiquattro?”, chiesi ancora io. Lui annuì continuando a sorridermi. “Bella per me!, esclamai. Loro entrano nella caserma. Io attraversai la strada ed eseguii la scritta che avevo in mente sulle sei saracinesche della Trip Broker: prima la croce, poi le altre cinque lettere, una per ogni persiana: M A F I A. Completai l’opera scrivendo anche “spa” sull’ultima persiana. Poi mi diressi nuovamente sulla prima e vi scrissi: MHL = BOSS. Poi continuai e provai a definire quella sigla, ma quando iniziai a scrivere il nome per esteso, la vernice finì. Fu un altro errore; un’altra distorsione da parte del demonio che voleva a tutti i costi traviarmi, facendomi continuare a vedere il male solo in mio padre e non in quello che lo circondava. Fui raggiunto, circa un’oretta dopo, telefonicamente, sul mio cellulare dal Maresciallo Meneito: “Stefano, hai esagerato ancora. Devi venire qua e portarmi la bomboletta spray.” “Guardi Maresciallo – risposi io – la bomboletta la può trovare accanto alla prima persiana, nell’angolo destro. Mi è finita la vernice mentre concludevo l’opera.” “Ok, ma devi venire ugualmente,” fece ancora lui. “Prenderò il treno diretto a Civitavecchia delle 19:44. Arriverò a San Pietro verso le 20:00.” “Ve bene – disse Marco Andrea – allora massimo alle 20:10 ti attendo nel mio ufficio. Io quel treno però non lo presi. Volevo altro fumo e mandai un sms a P1. “Voglio il fumo!”, gli scrissi. Avevo saputo che la partita della magica si sarebbe giocata in notturna e quindi, alle 15:00, quando mi disse che il tipo era alla partita, mi aveva mentito. Era ovvio: P1 si stava organizzando e aveva deciso di rimanere dalla sua parte e di non diventare un intoccabile. Aspettai qualche minuto. La sua risposta arrivò verso le 19:40, ancora per sms: “Ce l’ho. Mi prendo un caffè al Bar degli Ebrei. Vieni a prendertelo qua.” Capii subito: era una trappola e P1 doveva essersi accordato con quelli del Bar degli Ebrei per farmela pagare. Forse volevano eliminarmi, magari facendomi arrivare anche a me, dal niente, una sprangata in fronte. Forse era riuscito ad avvelenare il fumo, in modo proprio che morissi fumando. Come era successo a Musty, il nero del Bangladesh che avevo conosciuto nel quartiere e che mi aveva presentato proprio P1, quando finì in coma. Lui parlava troppo. Io non mi perdetti d’animo e risposi così a quell’sms: “Vieni tu a casa mia. Ti aspetto qua.” Aspettai un po’. P1 non si presentò e io, verso le 20:00, mi indirizzai verso la Stazione di Porta Cavalleggeri per raggiungere il Maresciallo. Vi andai via metropolitana: il treno, come detto, l’avevo perso. Scesi a Ottaviano e da lì mi incamminai risalendo piazza Risorgimento e costeggiando le mura Vaticane. Sceso dalla metropolitana, tuttavia, avvertii del mio ritardo in caserma. Mi rispose Er Corsaro. Così, a passo veloce, attraversai San Pietro, arrivando fino a Porta Cavalleggeri e da lì a via del Crocifisso. “Sei inattendibile – fu la prima cosa che mi disse il Maresciallo quando mi presentai – per noi l’operazione finisce qua. Questa è una denuncia a piede libero per danneggiamento.” Il colloquio durò poco, poi mi vidi con Il Freddo che mi portò del fumo e mi diede un passaggio di ritorno a casa mia. Prima però, lo feci passare al Bar degli Ebrei: dovevo prendere le sigarette. Quando arrivammo,in macchina, io stavo fumando uno spinello e portandomelo con me, entrai nel bar e mi misi in fila. All’interno del locale, al bancone, che giace proprio di fronte a una delle due porte di ingresso, quella più in direzione dell’angolo con via Gela, un rumeno armeggiava con qualcosa. Di fronte all’altra porta, alla cassa, Mirella e il sor Domenico servivano la fila. Questa era composta da quattro o cinque persone, e né Mirella, né il sor Domenico si accorsero, inizialmente, del mio spinello o della mia presenza. Poi, una volta che mi fui avvicinato e che la gente in fila era diminuita, l’aroma dell’hashish penetrò nelle loro narici: sobbalzarono e fu Mirella la prima a dire qualcosa tra lo sgomento e l’imbarazzo. Io le risposi: “Ma che vuoi che sia. E’ solo una cannetta.” “Fallo almeno per l’ambiente”, provò a dire allora il sor Domenico. “L’Ambiente! – esclamai io – Ma la marijuana, se vuoi, potresti pure mangiartela.” Ero arrivato alla cassa; dietro di me si era fatta altra fila. “Il solito pacchetto di Marlboro”; feci sorridente a Mirella. Lei me le allungò e io le afferrai. Poi mi rivolsi verso il sor Domenico, tenendo ben salde le sigarette nella mia mano destra. Lo guardai fisso e, mostrandogli le sigarette, feci un cenno di saluto. Lui sobbalzò. Io uscii senza pagare. Era l’ennesima estorsione che gli facevo. “Vendi questa macchina”, feci a Il Freddo, una volta nuovamente a bordo. Lui mi portò fino all’angolo di via Saluzzo con via Noto. Mi lasciò lì. Poi scomparve e io mi indirizzai verso il portone di casa. Qui, all’impazzata e lasciando stare solo Tony e i Leotta, citofonai quasi a tutti. “Sono arrivato. Vengo a sgozzarvi,” feci io in tono sadico e sarcastico a chi mi rispondeva. “Ma chi è?! Chi è?! “, si sentiva dal citofono. Io entrai nell’androne e cominciai a risalire le scale a piedi. Arrivato al terzo piano, mi fermai di fronte alla porta dei Di Schiavi. Pum! Pum! Pum! Gli diedi tre calci e sentii la signora Nilde scoppiare in un pianto disperato. “Ora basta. Chiamo i carabinieri,” fece Ennio. Io non volevo altro. Salii al quarto piano, aprii la porta del mio appartamento, vi entrai dentro e mi chiusi a chiave. Poi presi lo stereo, quello che avevo in soggiorno, e lo disposi sul davanzale del balcone, con le casse acustiche disposte verso l’esterno. Lo accessi e alzai il volume al massimo. Nel lettore cd girava Ivano Fossati, con Panama: Tatara ta-ta! Era troppo basso, comunque: il volume era troppo basso. Le casse non avevano abbastanza potenza. Mi misi a urlare: “Venite ad ammazzarmi qua!” urlai. Poi altre cose. Vidi la gente che passava all’estremità sud di via Noto che guardava sgomenta e perplessa all’indirizzo del mio balcone. Io continuavo a urlare. Ma non mi bastava. Andai in camera da letto e accesi l’altro stereo, quello potente, quello con cui, quel famoso sabato del Giudizio Universale – parte I, io e le guardie avevamo fatto festa insieme fino alle 2:00. Lo accesi a tutto volume e sintonizzai la radio su Radio Rock. Ora ero soddisfatto: c’era abbastanza casino. Potevo rilassarmi. Mi infilai nella doccia. Ad un tratto sentii bussare alla porta: sapevo benissimo chi fosse, ma per alcuni istanti non risposi. Poi, quando il bussare si fece incessante, risposi: “Chi è?!” “Sono Ugo”, si sentì da dietro la porta. Un sorriso mi si accese in volto. Aprii. Ugo, la faccia allegra e sorridente, nella sua divisa da carabiniere, entrò nell’appartamento seguito da altre persone. C’erano altri carabinieri. C’era poi il medico della guardia medica, Giovanni, che mi sorrise subito. Io mi sentii tranquillo: anche per quella volta il mio rischio era finito e la mia protezione era arrivata. Scendemmo le scale, e arrivati nell’androne, vidi gli altri coinquilini che parlottavano tra loro: “No, basta. Non si può più andare avanti così. Bisogna fermarlo in qualche modo.” Dicevano tra loro. Poverini, loro non sapevano quello che stava effettivamente succedendo: erano ignari di tutto. Erano solo pecorelle smarrite che io in qualche modo dovevo accudire. Anche con la brutalità. “Vorrei che arrivasse la Croce Verde, questa volta, “dissi a Ugo una volta in strada. “Adesso vediamo,” rispose lui. C’era anche la polizia municipale. “Che dici, saranno anche loro nostri alleati in questa rivoluzione? “, continuai io, sempre rivolto verso Ugo. Lui sorrideva, insieme agli altri, lì sul marciapiede di fronte all’ingresso del mio palazzo. L’agente della municipale ci guardava perplessi. Quando arrivai al San Giovanni, all’ospedale, mi dissero che ero in una fase di ricovero volontario e non sotto TSO: “Le sembra volontario un ricovero avvenuto attraverso il recupero coatto da parte dei carabinieri? A me non sembra. Comunque, visto che non si tratta di un TSO, bensì di un ricovero volontario, me ne vado.” Mi bloccarono. Io accesi il registratore e mi misi a camminare per la corsia del pian terreno, dopo la porta dell’accettazione. C’erano varie lettighe disposte accanto ai muri. Sopra, pazienti sofferenti. Incominciai a fare una dettagliata descrizione del reparto, registrando tutto. Poi un infermerie mi si avvicinò: “Lei chi è?” “Sono un giornalista.” “Venga qua, deve andare dal medico. Mi dica il suo nome.” “Mi chiamo Stefano Bassi. Lei chi è?” gli imposi io. “Sono l’infermiere”, rispose l’uomo in bianco. “Nome e cognome!”, continuai io, portandogli il registratore sotto il mento. L’infermiere scomparve, io ritornai in accettazione presi la mia ventiquattrore, il mio zainetto e mi indirizzai verso l’uscita: “Per oggi il sequestro di persona non è avvenuto”, registrai. Poi spensi l’apparecchio, conclusi il reportage e mi avviai verso l’uscita. Risalii Piazza Sa Giovanni, arrivando a Porta San Giovanni e mi introdussi sull’Appia. Volevo ritornare a casa, ma fui affiancato da un’ambulanza: erano tornati a riprendermi. Mi accorsi che alla mia destra vi era una traversa e mi diedi alla fuga. Arrivai a via Sannio, entrai nei giardinetti, mi distesi sull’erba. Fumai dell’hashish e lasciai passare una mezzoretta per calmare le acque. Saranno state più o meno le 0:00, quando mi riaffacciai su Porta San Giovanni. Fermai un taxi e diedi come indirizzo l’abitazione di una delle assistenti di mio padre. Mi servivano soldi, io non ne avevo e non sapevo neanche come pagare quel taxi. Chiamai mio fratello, il sor Bavetta, e gli dissi delle miei intenzioni. “Non ti aprirà nessuno. Non avrai nessun soldo.” Cambiai obiettivo e mi indirizzai verso Casal Lumbroso; verso casa de Il Freddo: forse il taxi me l’avrebbe pagato lui e lì avrei potuto passare la notte. Arrivato, però, realizzai che Il Freddo non era in casa e dissi al tassista che non avevo di che pagare la corsa. Lui fece per portarmi via, non so dove. Mi impaurii e decisi di lasciargli in pegno la mia ventiquattrore con dentro il computer portabile: “Qui dentro c’è tutta la rivoluzione”, dissi io al tassinaro. Lui annuì e mi diede un foglietto di carta con su scritto il suo nome e il suo numero di telefono. Fissammo un appuntamento per il giorno dopo, in centro; ci saremmo dovuti incontrare verso le 14:30. Io gli avrei pagato la corsa, 25:00 euro; lui mi avrebbe ridato la mia roba. Non l’ho più rivisto. Il giorno dopo sono stato arrestato. Il giorno dopo, dicevano i carabinieri, mi ero costituito. Il Freddo, tuttavia, quando andò a riprendersi la sua attrezzatura alla Stazione di Porta Cavalleggeri, non fece querela e i carabinieri non potettero procedere contro di me. Mi fecero portare all’ospedale Santo Spirito, con la richiesta di un TSO, ma il medico di turno non se la sentì di ricoverarmi, ma mi indusse ad andare presso il mio centro salute mentale al fine di farmi ricoverare in una clinica. Io tornai al Crocifisso, ormai esaltato e furioso. Entrai nella sede della Trip Broker e mi diressi al primo piano, verso la stanza di mio padre. Sfondai la porta con un calcio e iniziai la sceneggiata. Il giorno dopo fui presentato all’udienza per direttissima davanti alla nona sezione monocratica. Presiedeva il giudice dottor Estrigi. Questi convalidò il mio arresto, e dispose una misura cautelare in una struttura di cura, mentre il PM Favotti aveva chiesto per me il carcere. Fui portato dapprima nel penitenziario di Regina Coeli dove, in attesa che si trovasse una struttura idonea, trascorsi la notte del 12 febbraio e tutta la giornata del 13. Alle 19.00 del 13 fui tradotto all’ospedale San Giacomo, dove rimasi fino all’udienza successiva, giorno in cui si sarebbe dovuta ascoltare la perizia del CTU. Fu allora che il PM, questa volta una donna in sostituzione del Favotti, optò per la richiesta di internamento in un OPG. Così, dopo un’ora e tre quarti di camera di consiglio, e dopo aver anche ascoltato tutti i miei familiari in quel giorno presenti, ecco che il dottor Estrigi faceva rientro nell’aula, prendendo il suo posto al centro del lungo tavolo. Leggeva dapprima un foglio, con il quale mi proscioglieva dal reato ascrittomi per totale incapacità di intendere e di volere. Poi ne leggeva un altro, dal quale veniva fuori la sentenza che accoglieva le richieste del pubblico ministero e la conseguente condanna a due anni di internamento in un ospedale psichiatrico giudiziario. In quel momento mi sentii morire e provai a balbettare qualcosa: “Giudice, lei non mi ha dato fiducia. Così mi distrugge.” Lui mi guardò fisso negli occhi, con uno sguardo che traspariva dai suoi occhi azzurri, che mi sembrò umanamente benevolo, e disse: “Forse basteranno solo due settimane. Lei stia calmo.” Arrivarono i due agenti di polizia penitenziaria. Mi rimisero le manette e mi portarono via. Sulla soglia dell’aula incontrai mia moglie, uno dei miei tre fratelli e mia sorella. Le guardie mi diedero il tempo di salutarli e io mi buttai tra le braccia di mia moglie, che era lì, immobile, pietrificata per quanto aveva appena ascoltato. Le aveva fatto male quella sentenza, sentivo il suo dolore a tal punto che non riuscì a stringermi né ad abbracciarmi. Io, singhiozzando in un pianto disperato, le dicevo: “Due anni! Due anni!” Solo qualche istante appoggiato al suo petto. Poi le guardie ci staccarono: “E’ ora di andare.” E mi condussero nel furgone blindato che si usa per tradurre i detenuti. Dall’interno, mentre attraversavamo piazzale Clodio, sentii chiamare il mio nome: era lei, mia moglie, che stava lì per strada con mia sorella. Accennai un saluto con la mano, ma non mi vide. Così, da piazzale Clodio mi portarono dapprima nuovamente all’ospedale San Giacomo. Giusto il tempo di raccogliere i miei effetti personali perché da lì mi tradussero a Regina Coeli. Era la seconda volta che vi entravo in vita mia, ma questa volta vi rimasi poco più di mezzora: “No. Lei non deve stare in carcere – fece la Dottoressa scesa all’entrata, in divisa. Una donna bella , dal viso gentile, ma dalla corporatura e dalle mani forti. – Il giudice ha disposto per l’ospedale. Non avremmo neanche il diritto di trattenerla qui. La faccio riportare al San Giacomo, in attesa che si trovi l’OPG di destinazione.” A me veniva da piangere: OPG, OPG, … manicomio criminale”. “No, la prego. Si faccia forza. Non si metta a piangere.” Concluse la Dottoressa. Io mi feci forza e smisi di piangere. LO SPRINT FINALE PARTE IICAPITOLO 2 SAN GIORGIO A NURCARO
OPG di via Roma verso Scampia n°150 Sabato 22 Marzo 2008 Sabato Santo TdR 06.54
Questa notte l’ho passata in bianco. Cazzo!, pensavo; come farò con le sigarette, domani? Avevo iniziato anche l’ultimo pacchetto, quello di MG ricevuto in regalo da don Tonino, il cappellano di questo OPG, dopo la processione del Venerdì Santo. Fino a quel momento ero stato molto fortunato e il Signore mi aveva sempre assistito: le mie sigarette le avevo finite a Regina Coeli, nella cella al pian terreno, in attesa di essere registrato in matricola. Ok, poi ci furono quelle che mi portarono i miei familiari al San Giacomo ma, quando arrivai a Secondigliano, me ne erano rimaste pochissime: riuscii a farci giusto la prima nottata. Tuttavia, come detto, il Signore non mi abbandonò. Arrivai nell’OPG che erano all’incirca le 23:30 e passai la prima visita medica, dove la dottoressa di turno fece la sua anamnesi. Poi disse alla guardia: “Sesta sezione. Cella numero sei.” Seguendo le guardie, guardandomi intorno smarrito e impaurito, salii al terzo piano, sempre ben scortato dagli agenti, che mi condussero fino alla cella. Fu lì che feci la conoscenza di San Giorgio a Nurcano che, spontaneamente, appena arrivato mi passò dalle sbarre della sua cella un goccio di caffè in un bicchiere di plastica. Poi mi chiese: “Le sigarette ce l’hai?” “No” risposi io. “Stai tranquillo, te le darò io”, e, sempre attraverso le sbarre, mi allungò un primo pacchetto di Marlboro. Il buon San Giorgio a Nurcaro, un personaggio simpatico e dall’aria buona, alto un metro e sessantasei, dai capelli neri, gli occhi vivaci, a volte nascosti dagli occhiali da vista, la corporatura, le spalle e le mani grosse; una pancia abbastanza prorompente e la carnagione scura; il buon San Giorno a Nurcaro era sistemato nella cella adiacente alla mia, la sette, e tante volte in quei giorni mi fu d’aiuto: sigarette, caffè, shampoo e doccia schiuma; anche francobolli, carta e buste da lettere per poter scrivere a casa, a mia moglie e ai miei figli, a mio padre, mia sorella, mio fratello sor Bavetta. Senza di lui non so cosa avrei fatto. Qui dentro, sono pochi a fare qualcosa per niente: i più non mi hanno mai dato nulla e scroccare anche una sigaretta era un’impresa difficilissima. Lui, però, è stato subito disponibile con me, a tal punto da farmi pensare che non fosse solo una coincidenza: “Ma ti ha avvertito qualcuno che sarei arrivato?, gli chiesi in uno di quei giorni. “Mi avevano detto che sarebbe arrivato un bravo ragazzo.” Rispose lui. Era un po’ che pensavo alle coincidenze, fin dal giorno in cui varcai l’entrata di Regina Coeli. Quel giorno, oltre a me, furono arrestati altri due italiani. Ma questa non era una coincidenza che mi interessò poi tanto. Erano stati condannati per furto d’auto, otto mesi, e seppur rammaricati da quella sentenza, mi confidarono: “Non ci posso far niente: a me rubare piace tantissimo”, fece uno di loro. La coincidenza che attirò la mia attenzione, fu quando vidi entrare, nella cella al pian terreno, un gruppo di sei rumeni dei quali, di almeno un paio, avevo già visto i volti: forse proprio al Bar degli Ebrei. “Per un grammo di fumo! Porca puttana! Per un grammo di fumo ci hanno arrestato.” Imprecava uno di loro. Poi qualcuno si accorse di me. Li vidi parlottare tra loro, nella loro lingua, scambiandosi con il loro capo, un tipo giovane, non troppo alto, ma dalla corporatura massiccia e molto muscolosa, che mi indicava con cenni del capo, commenti su di me: mi avevano riconosciuto anche loro. Ebbi un po’ di timore, ma poi, dalle sbarre della cella, di spalle a me, vidi Ugo, il carabiniere, che parlava con gli agenti dell’ufficio matricola. Era forse lì per “raccomandarmi”? Può darsi, perché, quando arrivò il mio turno per la perquisizione e per il ritiro dei miei effetti personali, lì in matricola, gli agenti furono molto gentili con me, quasi cordiali, e mi sorrisero a lungo. Poi, salito ai piani superiori, in attesa della mia sistemazione definitiva, la psicologa ebbe un particolare occhio di riguardo nei miei confronti e mi mise in posto sicuro: nella prima sezione, quella della sorveglianza perenne e delle celle singole. E fu una vera e propria fortuna, perché la voce della mia entrata in carcere si era già diffusa per tutto il penitenziario. La sera del 13, infatti, mentre fingevo di dormire avvolto dalla coperta, all’ora di cena, udii delle voci bisbigliare di fronte alla mia cella “Carabiniere!” fu l’ultima paraola che riuscii a percepire ben distintamente. Poi si udì gridare: “Vitto!” Vidi solo i due lavoranti che portavano il vitto e Calabria, il detenuto calabrese, che aveva la cella proprio di fronte alla mia, allontanarsi. Era logico: io per la criminalità ero di fatto un carabiniere. Fuori, avevo sempre giocato a esserlo, e anche alla stazione Termini credevano che lo fossi. Per un periodo fui seguito costantemente e quando compravo il fumo da qualcuno di quei mussulmani e tornavo il giorno dopo per rifornirmi nuovamente, questo qualcuno non c’era più. Era stato bevuto; proprio subito dopo aver venduto il fumo al sottoscritto. “Hai la faccia da guardia”, mi diceva Mohamed, un marocchino che conobbi in quei giorni nei quali cercavo il fumo proprio alla stazione Termini, dopo aver parlato con qualcuno dell’ambiente, e mentre girovagamo da spacciatore a spacciatore. Una volta mi capitò di andare da solo e giungendo fino al bar che si trova all’angolo, nella traversa subito dopo il porticato, di fronte ai binari del tram, proprio nel luogo ove si radunavano gli spacciatori, feci a uno di loro: “Ho cinquanta euro. Mi dai il fumo?”, e gli mostrai la banconota. “Ma chi cazzo vuoi prendere per il culo … tu!” imprecò lui rabbioso. Io capii. Quel giorno ebbi un doppio avvertimento: da una parte le guardie, i miei alleati, volevano che mi allontanassi da quel luogo. Sotto c’era qualcosa di grosso, la cellula di Al Keida più grande che si fosse stabilita nella capitale, e loro vi stavano indagando da tempo. Lì non ero sicuro, e tutti quegli arresti che facevano, giorno dopo giorni, allontanandomi i miei punti di rifornimento, volevano dire solo una cosa: “Ste, allontanati da qui. Lascia fare a noi. Qui non sei al sicuro”. E la non sicurezza la percepii proprio da quella risposta; da quell’uomo incazzato che, alla vista della banconota da cinquanta euro, mi guardò minaccioso e imprecò contro di me. Lasciai, allora, quell’obiettivo ai miei alleati, e alla stazione Termini non mi rifornii più. Mi concentrai nuovamente su San Lorenzo e su Ponte Lungo. Sul Bar degli Ebrei. Ora, però, dentro, riconosciuto dai sei rumeni, ero in pericolo. Era per questo che in carcere, come diceva la Dottoressa, io non dovevo stare. Sì, ok, io ci ero sempre voluto entrare. Mi ci sono sempre voluto infiltrare, in modo tale da cercare di farmi amici i carcerati e da loro farmi fare confidenze particolari che mi avrebbero aiutato a smascherare i veri boss della mala: i politici; i mafiosi; i camorristi; gli appartenenti all’ndragheta e alla sacra corona unita. Tutta quella gente che stava fuori, insomma, e che era libera di agire in modo criminale contro il benessere dei poveri cittadini onesti. Lo avevo detto a Sandro, il carabiniere, colui che chiamavo il Semplice, nel 1997, quando ebbi una crisi sul monte Amiata e fu lui a intervenire: “Voglio infiltrarmi in un carcere di massima sicurezza. Voglio andare da Totò Riina e farmi dire tutto.” Lui sorrise quel giorno, ma da lì incominciò la mia alleanza con le forze dell’Arma. Da lì loro si interessarono a me. Mi studiarono. Mi analizzarono. Mi seguirono passo dopo passo. Tuttavia, questa operazione non si poteva fare a Roma: non a Regina Coeli. Lì dentro, ormai, mi conoscevano tutti. Un’altra coincidenza che mi stupì, fu quella capitatami il giorno della mia prima traduzione, dal penitenziario di Regina Coeli all’ospedale San Giacomo. Fui scortato da due agenti di polizia penitenziaria: un tale, che sentii chiamare Chicco, un uomo enorme e dalla muscolatura massiccia, e Benito, personaggio proveniente dal casertano, di corporatura normale, che si preoccupava molto di ingrassare, di aumentare la sua pancia e che a volte, quando era di piantone all’ospedale, sentivo colloquiare in tono molto dolce con la sua futura moglie. Quando fu il momento di scendere dal blindato, Chicco mi disse: “Andiamo … soldato!” Io lo guardai un pochino stupito. Poi gli risposi: “Io sono…un soldato.” “Lo so”, mi fece Chicco. Poi entrammo nell’ospedale San Giacomo. “Ma dovresti avere almeno un’arma. Che so … una pistola. Per difenderti.” Fece sempre Chicco, una volta dentro la sala visita, alludendo al fatto che io volevo infiltrarmi tra la malavita e mentre aspettavamo il medico. “No. Io le armi non le vorrò mai. Solo con le mie mani. Solo a mani nude.” Chicco sorrise. Poi, per molti giorni non lo rividi più. Inizialmente, la mia custodia fu affidata agli agenti del carcere di Rebibbia, tra i quali ricordo Luca, Claudio, un sardo detto anche il Professore per il suo spessore culturale, Walter, detto l’Ispettore Gilardi per i suoi modi caciaroni e romaneschi che ricordavano molto quelli d Thomas Miliam nel suo famosissimo ruolo; e don Fabio, un agente di polizia penitenziaria che però, si vociferava, in procinto di farsi prete. Tutti loro, quelli del carcere di Rebibbia, mi trattarono con gentilezza e umanità, facendomi fumare a sazietà e offrendomi a volte qualcosa da mangiare, un goccio di mirto rosso e anche di grappa distillati artigianalmente dal Professore. Don Fabio, poi, mi consolò pochi prima giorni che avvenisse il definitivo verdetto del giudice, con la sentenza a due anni di OPG. “Bisogna fare la volontà del Padre”, mi disse. “Io spero che questa volta coincida con la mia – gli dissi io – Spero che questa volta, sia fatta la mia”, ma come sapete non andò a finire così e io finii per due settimane nell’OPG di via Roma verso Scampia, n° 150 a Secondigliano, frazione di Napoli. Comunque, il mio problema, oggi, era trovare le sigarette: ci sarebbe voluto un miracolo. Erano le 04:13 quando le batterie del cd portatile, prestatomi anch’esso dal buon San Giorgio, esaurivano totalmente la loro carica. Io sonno ancora non ne avevo, e mi accendevo così la seconda sigaretta delle venti ormai rimastemi. Dopo, per un’altra volta, ho fatto l’amore virtualmente con mia moglie: la prima fu verso le 22:30. Questa volta, però, la masturbazione ha avuto effetto e, finalmente, mi sono potuto addormentare. Saranno state più o meno le 05:00 e durante la notte mi chiedevo il perchè di quell’insonnia: il goccio di caffè offertomi da San Giorgio verso le 19:30? Il fatto che era Venerdì Santo? O forse il fatto che oltre a queste due ragioni era anche notte di luna piena? Stavo nuovamente entrando in crisi? O era ancora Lui che voleva parlarmi, dirmi qualcosa. Quella notte, presi a scrivere ininterrottamente. Fissai l’idea di questo mio romanzo. Mentre mi rigiravo nel letto, me lo chiedevo in continuazione. Dapprima, fumandomi le ultime otto Marlboro del pacchetto che mi aveva dato il giorno prima San Giorgio; e me lo chiedevo anche mentre fumavo le MG, quelle di don Tonino. Poi, per forza di cose, dovevo rispondermi che si doveva trattare dell’influenza della luna, del fatto che era luna piena. No, non poteva essere ancora Lui: io ero solo un bipolare, una persona affetta da una patologia psichiatrica. Se devo vedere le cose con raziocinio, e non con la ragione d’essere che sento dentro la mia anima ormai da più di quattordici anni, devo continuare a ritenermi un mero soggetto psichiatrico, affetto da quello che i tecnici del mestiere chiamano disturbo bipolare dell’umore, o sindrome maniaco depressiva. Il caffè che ho bevuto non era che un fondo di bicchiere e, anche se era il secondo della giornata, credo che il contenuto di caffeina, contenuto in entrambi, si debba considerare ininfluente a far sì che scaturisca un eccitamento maniacale: ne bevvi uno, più o meno sempre verso le 19:30, anche la sera precedente, quella del Giovedì Santo, e alle 21:00 ero già steso nel letto, nel mondo di Orfeo. Mi chiedo, allora e ancora, che cosa fosse che non mi faceva dormire: il fatto che era la notte tra il Venerdì e il Sabato Santi, come era avvenuto già tante altre volte, come era avvenuto in precedenza, al manifestarsi di questo mio “disturbo”? E poi, era veramente un disturbo quello? D’altronde, gli stessi medici ancora non riescono a capirci nulla, su questa pseudo-malattia, e le cure sono spesso e volentieri dei semplici palliativi: sembra che non se ne esca fuori mai. Anche dopo un periodo di lunghissima tenuta, anche trentennale, ove il paziente sembra essere guarito, ecco che all’improvviso il disturbo si rimanifesta. In ogni caso, riacquistando e recuperando volutamente tutto il mio raziocinio, mi imposi di dover presumere che questi fattori, il Venerdì e il Sabato Santi, non erano influenti: no, non era Lui che continuava a parlarmi; non era Lui che mi diceva e mi ricordava nuovamente chi fossi, altrimenti, avrei dovuto continuare a considerarmi il Messia. E’ questo, per il mondo terreno, vuol dire essere folli, pazzi, vivere in mondo irreale e surreale: per il mondo il Messia non esiste e sicuramente non sono io. L’unica spiegazione razionale era, appunto, la coincidenza dell’equinozio di primavera, e quindi dell’effettivo cambio di stagione, cosa, scientificamente riconosciuta come causa di molti sbalzi di umore nei soggetti bipolari, e della contemporanea influenza astrale della luna piena, anche questo fattore riconosciuto dalla scienza come causa scatenante di alterazione nell’affettività di noi soggetti bipolari. Psichiatricamente parlando è possibile: questi fattori influenzano moltissimo noi bipolari. L’unica spiegazione di questa insonnia, quindi e razionalmente parlando, doveva essere questa. Come detto, mi sono addormentato verso le 05:00, ma il sonno è durato poco: alle 06:15 ero di nuovo sveglio. E meno male che mi sono svegliato, perché proprio a quell’ora è arrivato il miracolo che attendevo. Sentii la voce di San Giorgio, che parlava con Galvino, un nuovo arrivato, sardo e dai capelli neri e molto lunghi. Gli offriva anche a lui la sua assistenza. Ah!, il buon San Giorgio a Nurcaro: un vero benefattore! “Ho tre pacchetti di sigarette che mi sono rimasti, - gli sentii dire – e oggi vado in licenza premio per quattro giorni. A me non servono; li trovo anche fuori. Te ne lancio uno” e subito dopo si udì il tonfo del pacchetto sul pavimento che, dalla cella numero sette, era volato fino alla cella numero dodici. Allora mi feci avanti anch’io: “Buon giorno Giorgio!”, urlavo dal letto, ma lui non mi sentiva. Mi avvicinai così alla porta e con le mani appoggiate sulle sbarre ripetei: “Buon giorno Giorgio!” “Chi è?” fece lui. “Sono Stefano, Giorgio,” dissi io “Ah! Buongiorno Stefano, come stai?” “Beh, a dire la verità non troppo bene. Questa notte per me è stata una nottataccia. Non ho chiuso occhio. O meglio: mi sono addormentato alle 05:00 e mi sono risvegliato un minuto fa. Sai, mi sono fumato quasi tutto. Non è che puoi aiutarmi ancora?” “Stai tranquillo, Stefano. A te do aiuto io: sei sotto la mia protezione. Ora ti passo un pacchetto di sigarette.” Io stesi il mio braccio verso sinistra e attesi qualche istante. Poi dalla finestrella della cella vidi che lui allungava il suo, con la mano che stringeva un pacchetto di Marlboro. AH! Era arrivato il primo miracolo della giornata; era arrivato! Ora, mi sentivo più tranquillo: il Signore era sempre con me, non mi abbandonava e mi aveva messo accanto San Giorgio a Nurcaro. Non sapevo, che quel giorno, il Signore voleva proprio stare con me: voleva parlarmi tutto il giorno. LO SPRINT FINALE PARTE IICAPITOLO 3 IL GIORNO DEI MIRACOLI
OPG di via Roma verso Scampia n°150 Sabato 22 Marzo 2008 Sabato Santo TdR 11:37 AD MMVIII
Esistono dei momenti, nella vita, in cui non si può fare ameno di chiedersi qual è la propria vera natura e chi siamo realmente. Io molte volte sono stato in dubbio su chi fossi realmente: se fossi solo un uomo, un uomo qualunque, o se davvero avessi delle qualità fuori dal comune, che non mi facessero essere proprio un tipo normale. Me lo chiedo da circa quattordici anni, ossia da quando iniziò il Tempo del Porro ed io, per la scienza, allora, mi ammalai del già detto disturbo bipolare dell’umore. Malattia? Disturbo? Forse si trattava solo di un dono…un dono divino. La giornata di Sabato Santo 2008 ha fatto in modo che aprissi gli occhi definitivamente. Eh sì, perché il Signore anche questa volta mi si è manifestato, mi è stato accanto e mi ha assistito per tutto questo tempo: questo non è un manicomio criminale, ma un ospedale un po’ diverso dagli altri. Qui, almeno nella mia sezione, i pazzi veri non ci sono, bensì persone che hanno sbagliato in momenti di alterazione psicologica e che, adesso come adesso, stanno normalmente: sembrano dei bambini, con il cuore tenero e l’animo candido. Solo, devono scontare la propria pena. Un po’ come me. Ricordo ancora il terrore che avevo a varcare la soglia di questo posto: impaurito e quasi in lacrime, mi dirigevo verso la mia cella. Poi l’incontro con san Giorgio a Nurcaro, un uomo che ha già scontato quattro anni di pena, e che ne deve scontare altri sei, per l’omicidio di un poliziotto tedesco e per il tentato omicidio di un altro. Una persona umana e buona comunque, che è stato preso da un raptus di follia, poiché pensava che i poliziotti volessero uccidere lui. Riuscì così a impossessarsi della pistola e a fare fuoco. Ma è pentito, pentito a tal punto che provò a togliersi la vita, rinchiuso in un carcere tedesco, tagliandosi le vene del collo e dei polsi, preso dallo sgomento e dal rimorso per quello che aveva commesso e per la famiglia che aveva distrutto con quel suo gesto folle, prima di essere trasferito qui in Italia. Oggi, San Giorgio è stato il mezzo con cui Dio ha continuato a parlarmi. Oggi l’ho benedetto e sono tornato a essere me stesso, dopo che lui mi ha portato il primo dono del Signore, le Marlboro che necessitavo, e con questo il primo dei cinque miracoli avvenuti oggi, … il giorno dei miracoli. Decisi di raccontare della giornata a mia moglie e ai miei figli: “Dolcissimo Amore mio, Carissimo Principin,. Adorata Principessa, oggi mi sembra la giornata dei miracoli. No; stai tranquilla: non sono né euforico, né eccitato, anche se stanotte ho dormito solo un’ora e un quarto, dalle 05:00 alle 06:15. E’ solo che avevo chiesto al Signore un miracolo e, a quest’ora, me ne sono arrivati già tre. Il primo, un bel pacchetto di Marlboro rosse che mi ha prestato il solito Giorgio. Sai, ero preoccupatissimo: alle 22:45 di ieri, avevo ancora otto Marlboro del pacchetto che mi aveva prestato sempre ieri Giorgio, e un pacchetto intero di MG, regalatemi dal buon don Tonino, dopo la via Crucis. Alle 06:15, però e naturalmente, le otto Marlboro erano sparite e il pacchetto di MG era aperto: mi rimanevano in tutto sedici sigarette, quantità che mi sarebbe stata sufficiente fino a dopo pranzo. Ma il buon Dio ha voluto che, proprio alle 06:15, riaprissi gli occhi; proprio mentre Giorgio si stava prodigando per aiutare un nuovo arrivato, un sardo di nome Galvino, giunto in sezione questa notte verso le 03:30. Gli sentii dire che, se voleva, poteva contare su di lui per le sigarette, poiché, come ti ho già scritto ieri, oggi Giorgio partiva in licenza premio e gli rimanevano altri tre pacchetti di sigarette. Ho sfruttato l’occasione al volo e, dopo avergli dato il buon giorno, gli ho raccontato della mia nottataccia insonne e del nuovo dramma in cui mi trovavo per le sigarette. Lui mi ha subito rincuorato e aiutato, allungandomi dalle sbarre della sua cella la sua dolce mano con il pacchetto di rosse. Io gli ho teso la mia sinistra e ho preso il pacchetto. Poi mi ha offerto anche il caffè e ho avuto un buonissimo inizio di giornata. Amore, sono le 12:00: è arrivato un altro miracolo, il quarto!: cinque fottutissimi pacchetti di Marlboro; poi te spiego: fammi continuà il racconto. Eh sì!, perché oltre alle sedici MG di don Tonino, che mi sono ancora rimaste, a quest’ora mi sono fumato dodici sigarette: in pratica una ogni mezzora e di questo passo, se dovessi avere un’altra nottataccia, sinceramente ventiquattro sigarette non basterebbero. E’ vero, ieri sera, verso le 19:30, ho bevuto un goccio di caffè, offertomi come sempre dal buon Giorgio, ma non è stato questo a tenermi sveglio: l’avevo bevuto anche l’altro ieri, alla stessa ora, e allora alle 21:00 ero già crollato. Il caffè non c’entra. E’ che ieri, oltre a essere l’equinozio di primavera, coincideva anche con la luna piena: come dire, cambio di stagione e luna piena insieme; una botta micidiale. C’è poco da fare, queste cose su di me, ancora non ho capito perché, influiscono tantissimo. Ma aspettata un attimo: sono le 12:14 e ho già il pranzo sulla tavola. Oggi pasta al pesto; spiedini di carne e pisellini con dadini di prosciutto cotto: invitanti e dall’aspetto succulento. Fammi mangiare prima che mi si freddi tutto e poi riparliamo. Ciao. TdR 12:16: finito. Amo’?!...sai che ti dico? A ca’ se magna mejo che in un ristorante. Ma aspetta un altro poco, che me fo una bella tazzuriella di caffè (il buon Giorgio mi ha lasciato tutto l’occorrente: caffettiera, caffè e fornelletto); me fumo un paio de sigarette e te racconto del resto dei miracoli. Ciao. TdR 13:50. Eccoci Amore. E’ passato un po’ più di tempo di quello che pensassi, dalla tazzuriella de caffè del dopo pranzo, ma mi sono voluto riposare un po’. Da principio steso sul letto, a fumare e ascoltare musica con il cd portatile che mi ha prestato il solito buon Giorgio. Poi, alle 13:15, quando hanno riaperto la cella, sono andato a farmi una bella doccia calda che è durata almeno una ventina di minuti. Ah!, ora mi sento proprio mejo e qui davanti a me, sul tavolo e sotto le vostre fotografie e i tre santini, che mi sono stati regalati da don Tonino in occasione del Giovedì e del Venerdì Santi, e che ho appiccicato al muro grazie al dentifricio Colgate prestatomi da Giorgio, ecco che mi aspetta un’altra fumantissima tazzuriella di caffè. Ne sorseggio un po’ e mi accendo una Marlboro. Ora nel pacchetto di prima ne sono rimaste due. Lo so: ho aumentato di molto la media, ma ti ricordo che il quarto miracolo me ne ha portati altri cinque pacchetti. Lo chiamo miracolo, perché qui è vietato far introdurre sigarette dall’esterno, ma per me, visto che hanno capito che sono un bravo ragazzo, hanno concesso un’eccezione. Eh sì!, perché il secondo miracolo è stata la visita dell’avvocato, verso le 11:00. Capirai che sorpresa, per me. Gli agenti di polizia penitenziaria mi avevano da poco chiamato per chiedermi se il 26 marzo avessi avuto intenzione di presenziare all’udienza che era in programma quel giorno: “Certamente!”, ho riposto io. Poi sono tornato in cella. Pochi minuti più tardi, sento nuovamente chiamare il mio nome e torno al posto di guardia: “Bassi – mi fa l’appuntato - …avvocato!” Capirai la mi sorpresa: Marco Pacchia che è venuto fino a qui di Sabato Santo? Cazzo, penso io. È proprio un bravo avvocato. Così scendo al piano terra, adempio a tutti gli ordini che mi impongono, con doveroso rispetto, e poi mi accompagnano nell’apposita sala per il colloquio legale. “Quanti avvocati?” mi chiede un altro appuntato. “Uno – rispondo io – Marco Pacchia.” Lui allora toglie una delle tre sedie che circondavano la scrivania. Aspetto un po’, ma poi, capirai ancora la mia sorpresa, non vedo apparire il volto del mio avvocato di fiducia, bensì quello di Giovanni, il fratello di Minù, seguito da una persona vistosamente più anziana. Capirai: non capisco più nulla, a tal punto che non mi sovviene in mente neanche il nome di Giovanni, pur conoscendolo benissimo, e devo anche richiederglielo!, perché il quel momento l’unico nome che mi passa per la mente, pur sapendo che non si trattava del suo, era Benedetto. “Sono qui in sostituzione dell’avvocato Pacchia - , mi fa Giovanni – stiamo cercando di tirarti fuori.” L’altra persona è un noto psichiatra e criminologo napoletano, molto amico do Paolo Frolla, ma pur chiedendoglielo due volte, ancora non sono riuscito a memorizzare il suo nome. Sono venuti perché lunedì devono presentare al magistrato una relazione, tramite la quale, il dott. Estrigi potrebbe revocare questa misura cautelare: gli basterebbe un semplicissimo fonogramma per rimettermi in libertà. Ti pare poco?! Non sarebbe il quinto miracolo? Non sarebbe una cosa stupenda? Incredibile? … impossibile da pensare solo agli inizi di questa esperienza? Si sono anche fatti rilasciare copia del diario clinico che attesta la mia buona volontà ad assumere la terapia, oltre che la mia tranquillità di stato d’animo nel permanere qui. E’ quello che mi aveva detto il dott. Estrigi al processo, ricordi? “…Lei stia tranquillo. Forse basteranno due settimane.” Non sarebbe proprio maligno a perseverare su questa misura? Io, intanto, prego, Amore Prego perché forse questa esperienza si è già conclusa. In ogni caso, per concludere, ti dico che il terzo miracolo è che oggi sono arrivati anche i soldi, attraverso un vaglia on-line che deve essere solo accreditato sul mio conto. Inoltre, per ogni evenienza, è arrivato anche un pacco con roba di vestiario, un libro e lettere di Papà, del Sor Bavetta e di Vale. Devo fare la domandina di rito e il tutto mi sarà dato al massimo dopo Pasqua. Che dire, Amore mio. Che dire Cuccioletti miei: l’Altissimo, il Signore Dio dell’Universo ha voluto concedere anche a me di passare una Pasqua tranquilla e serena; a me che nella vita ho sbagliato così tanto. Che dire, Amori miei: Dio è Grande! Sia lodato in ogni momento il Santissimo e Divinissimo Gesù Cristo. Vi amo a tutti. Sto per tornare. Manca poco. Un bacio grande e ancora a tutti voi auguri di Buona Pasqua.” Onestamente, non me la sono sentito di raccontarle cosa effettivamente pensavo e quello che sentivo: che il Signore mi stava parlando nuovamente. Non avrebbe capito, e avrebbe pensato che ero nuovamente in crisi. Provai ad accennare qualcosa di più a mio fratello…vi misi anche tra i fattori scatenanti la mia insonnia, quello della Santa Pasqua. OPG di via Roma verso Scampia n°150 Domenica 23 marzo 2008 Santa Pasqua del Signore TdR 00:00 AD MMVIII
Caro Bavetta, ho aspettato fino a questo momento per scriverti per diversi motivi. Il primo è che sono sveglio dalle 06:15 di ieri mattina e la notte precedente mi sono addormentato alle 05:00. Stai tranquillo: non è una crisi, bensì una questione fisiologica che influisce, non so perché, sul mio disturbo. Quest’anno coincidono contemporaneamente l’equinozio di primavera (cambio di stagione); la luna piena; e, a te posso confidarlo, la Santa Pasqua (ricordi le prime crisi, fino al 1996?...Bari?...Sempre a Pasqua!). Quindi, se ho aspettato fino ad adesso, è perché, fondamentalmente, ero stanco e avevo bisogno di staccare la spina e riposare un po’, in modo da poterti parlare con estrema lucidità. Per certe cose, ad esempio, poiché non posso ripetermi per estrema carenza di carta, ti rimanderò alle lettere che ho scritto in precedenza. Per queste due banconote da cinque euro, che trovi all’interno della busta, vedi la lettera indirizzata a Vale. Il secondo motivo per cui ti scrivo solo adesso, è che sono, come sai, un cattolico apostolico abbastanza fervente: non avendo potuto compiere, per necessità, il digiuno del Venerdì Santo, ho aspettato la mezzanotte poiché, almeno, ho potuto compiere la dovuta Veglia Pasquale. Il terzo motivo, infine e come direbbero gli inglesi …”least, but not last”, è che tu per me sei un concreto punto di riferimento nella nostra famiglia e, con tutta la stima che ti ho sempre portato, spero che possiamo insieme riuscire a trasformare questa tragica esperienza in una fondamentale scossa che serva alla riconciliazione definitiva della nostra amata famiglia. Lo so, l’impresa è ardua, se non estrema, visto che Il Freddo, ormai da me smascherato e impaurito dalle conseguenze legali di una sua permanenza in Italia, ha pensato bene di fuggire all’estero e trovare rifugio a Dublino. Io sarò pure malato, ma non stupido, sor Bavetta: troppi indizi mi convincono sempre di più che Il Freddo stia conducendo una vita malandrina e fuori dalla legge. Ma per ora, trascuriamo il problema de Il Freddo, ricordandoci che è pur sempre un Bassi, e concentriamoci sui restanti membri della famiglia. Bisogna innanzi tutto alleggerire le pressioni su papà e quindi, ti giuro solennemente che non insisterò più su futili recriminazioni, o infantili comportamenti. Questa esperienza, seppur ancor breve, mi ha già profondamente migliorato: credo di essere pronto per tornare in azienda. Quello che mi piacerebbe fare è occuparmi di quello che effettivamente so fare: marketing e comunicazione. Tecnicamente è possibile, magari iniziando da uno sviluppo mirato all’evoluzione del portafoglio della Trip Broker. Praticamente pure, avendo ancora aperta una partita iva che ha come oggetto l’editoria e l’assicurazione non vita. I problemi logistici sono superabili, avendo la possibilità di lavorare in luoghi separati, magari da casa mia (reinserendo un’utenza telefonica e ADSL), evitando così anche spiacevoli imbarazzi per chiunque. Sta tutto nell’avere un mandato. L’unico problema è quello amministrativo (conosci bene la mia posizione finanziaria e al CRIF), ma sarebbe anch’esso superabile e tramite la tua amministrazione di sostegno, e magari facendo aprire una posizione bancaria, in mio luogo, a mia moglie. Non so; è un’idea. Se ne potrebbe parlare, se dovessero arrivare altri miracoli. Ieri, per me, è stata la giornata dei miracoli: me ne sono arrivati ben cinque. I primi quattro sono descritti nella lettera che ho scritto a mia moglie e ai bambini. Il quinto te lo racconto ora. Non ci crederai, ma sono stato così preso a scrivere lettere e appunti su questa straordinaria esperienza che, stando a blindato chiuso e a cuffiette nelle orecchie, non mi sono accorto, né ho sentito il passare della cena verso le 17:15: alle 19:30 ero ancora in attesa di mangiare e chiedevo in giro come mai non fosse ancora passata la cena. “Guarda che è già passata. Verso le 17:00, come sempre. Mozzarella e qualcos’altro”, mi disse Ciro Falanga. Cazzo!, meno male che San Invano, verso le 18:00, mi aveva portato della mortadella in regalo, sufficiente per sfamarmi. Mancava solo il pane: dei tre panini che danno quotidianamente, ne avevo già consumati due. Fortunatamente, scritta la lettera a Vale, sono uscito dalla cella e ho socializzato meglio. Distribuendo anche un po’ di sigarette. Ne ho ricevuto in cambio tre panini, che ho consumato per cena, farcendoli ognuno con una fetta e mezza di mortadella. Ti dirò di più: verso le 19:30, mentre offrivo un caffè a Cristiano, romano anche lui, di Trastevere e nuovo arrivato, che si crede giunto direttamente da Plutone con uno sdoppiamento di personalità, ho barattato una sigaretta con più di un chilogrammo di arance, ricevute da Pasquale Tufo, un tipo grosso e di carnagione mulatta, scopino di questa sezione, e personaggio a cui piaceva armeggiare con le bombole del gas al fine di far saltare in aria il suo palazzo. Queste arance me le sono consumate tutte durante la Veglia, e tutta quella vitamina c assunta mi da ora la forza di continuare a scrivere. L’unica cosa che mi dispiace un po’ è che mi è terminata la bomboletta del gas, quella del fornelletto che mi ha prestato Giorgio e proprio mentre mi stavo preparando un caffè, verso le 23:30. Peccato perché, anche se sono stato autorizzato da San Giorgio, non so se domani le guardie mi daranno una delle sue altre bombolette che loro tengono in custodia. Ma non sarà un problema: ci sono altri fornelletti in sezione e io ho ancora, oltre al caffè e alla macchinetta, …le sigarette. Dei cinque pacchetti che mi avete lasciato questa mattina, e che le guardie trasgredendo alla regola interna mi hanno portato in cella, me ne sono rimasti tre e ho altre quattro sigarette in un altro pacchetto già aperto. Poi le mie sono Marlboro; valgono parecchio. Non dovrebbe essere un problema fare dei buoni affari. Non è certo la bomboletta del gas che mi aspetto come miracolo. Mi piacerebbe che ne arrivassero altri due: magari, il primo, lunedì, con la revoca di questa misura e l’eventuale commuta in arresti domiciliari. L’altro, il 26, al processo, con i definitivi adempimenti. E visto che siamo in vena di miracoli, e a te piace scommettere sulla fortuna, ti dico che l’ultima volta che sono stato al Commando di Porta Cavalleggeri, ho notato un terno secco. Sono sicuro del primo e dell’ultimo numero: 63 e 79. Ho dei dubbi su quello intermedio: o 25 o 55. La ruota dovrebbe essere quella di Roma: è l’utenza telefonica che i carabinieri tenevano sotto controllo in quel periodo e che stava scritta, in bell’evidenza, su un fascicolo che tenevano sopra uno schedario della caserma. C’erano Er Roccia ed Er Corsaro testimoni quando dissi: “Ragazzi, vi do dei numeri da giocare al lotto”, e ripetei la combinazione. Er Corsaro sorrise. Qualcosa mi dice che stanno per uscire adesso: fosse, fosse che il buon Dio concedesse un miracolo anche a te, con un bel terno secco?! Quant’è che paga? Boh, io la butto lì: lo sai, ogni tanto ce pijo. Nun fa la cazzata che fece er caro zi’ Paolo quanno se sentì ancora tra se: “Escono oggi!” e quella volta nun giocò. C’è qualcosa di particolare nella nostra famiglia: nonna Maria Evangelisti, mi disse un giorno zio Corrado, era una diretta discendente di uno dei quattro evangelisti. A me piacerebbe sapere se ci sono anche origini giudaiche, …se discendiamo dal Re David, ma quando posi questa domanda a nonna Emilia, se c’erano degli ebrei tra i nostri antenati, lei andò su tutte le furie e cominciò a sbraitare. Bah, sor Bave’; anche questo foglio è finito. Passa anche tu una Pasqua serena, come la sto vivendo io. Da un bacio a Vittoria da parte mia; uno anche a Minù e su una cosa voglio ripetermi: fai gli auguri a Sprazzo di Sole e digli che non è che non l’abbia pensato anzi, tutt’altro. L’ho pensato ogni giorno. E’ solo che non so quale sia il suo indirizzo. Di te mi manca solo il CAP. Non dovessero arrivare gli ultimi miracoli, o fosse necessario che restassi ancora qua, fammelo sapere nelle prossime lettere: quelle che mi avete mandato oggi non le ho ancora lette. Mi hanno concesso le sigarette, ma il pacco e il vaglia ancora no. Devo aspettare ancora fino a dopo Pasqua. Vabbè, si sono fatte le 01:30. Vasco ha appena terminato di cantare la sua nuova stupenda canzone: “Il mondo che vorrei”, e se ti posso chiedere un favore personale, rimediami due biglietti per la data romana. So che il tour è già sold out, ma per quella data, forse, ce la dovrei aver fatta a essere nuovamente libero. So r Bave’…BUONA PASQUA!...FRATELLO; TE VOGLIO UN CASINO DI BENE. Anche con il Bavetta, però mi dovetti trattenere: non avrebbe mai creduto che il Signore in quei giorni mi stava nuovamente parlando. Avrebbe pensato anche lui che stavo nuovamente male. LO SPRINT FINALE PARTE IICAPITOLO 4 IL GIURAMENTO SOLENNE
OPG di Via Roma verso Scampia n°150 Domenica 23 Marzo 2008 Santa Pasqua del Signore TdR 08:18 AD MMVIII
Nei due giorni antecedenti al Sabato Santo, di notte, mi soffermavo spesso a guardare fuori dalla finestra della mia cella. In alto, nel cielo pulito e con le stelle nascoste dal bagliore e della luna e dei lampioni che illuminavano i cortili dell’edificio carcerario, mi fissavo a osservare quell’astro: era una luna accesa, grande e tonda che cresceva ogni giorno di più. Dentro di me, una forza stava impossessandosi della mia anima fino, nella notte del Venerdì Santo, a esplodere. Mi mettevo a scrivere alla mia scrivania, e la mano scorreva sul foglio senza che io me ne accorgessi; senza che ne avessi comando. Andava da sola, e da una calma iniziale, in cui descrivevo quello che vivevo, il luogo dove mi trovavo, la vita che conducevo e le persone che avevo trovato all’interno di questo Ospedale Psichiatrico Giudiziario, passava ad un’agitazione del tratto e del moto dell’anima che mi faceva tornare in mente antichi pensieri. Stava riaccadendo di nuovo: qualcosa o qualcuno si stava nuovamente impossessando del mio corpo e del mio intelletto. Come anni prima, agli inizi di questa mia esperienza, o di questo, come qualcuno lo chiama, disturbo, decisi di abbandonarmi a quel moto dell’anima e di mettermi in sintonia con il mio cervello che, all’unisono con la luna, emanava una grande forza creativa e forti radiazioni. Il quaderno che mi aveva prestato San Giorgio si riempiva ogni minuto di più, fitto di appunti e di considerazioni che sarebbero poi divenute questo romanzo. Era giunto il momento che attendevo: la seconda parte della trilogia che avevo intitolato “Lo Sprint Finale”, stava via, via uscendo. Venendo alla luce. Ne ero contento. Eccitato. Impressionato. Scrivevo, scrivevo a ogni occasione e a ogni pensiero. Non sapevo che stava accadendo qualcosa di magico. Col passare del tempo, avevo abbandonato l’idea che fossi il Messia, ma la benedizione che diedi a San Giorgio, quel Venerdì Santo, e che venne così spontanea, mi fece sobbalzare e rimanere annichilito a pensare: l’avevo rifatto. Avevo nuovamente benedetto qualcuno. Precedentemente, mi era capitato spesso, soprattutto in discoteca, nelle serate romane di Radio Rock e nei loro vari luoghi di aggregazione. Dapprima benedivo il dj di turno, generalmente dj Oreste o dj Armandino. Ma anche Prince Faster, o la djea che si trovava nella saletta del Classico. Poi benedivo tutti: tutti i presenti, che mi guardavano perplessi e annichiliti: “Ma questo che vuole?! - pensavano probabilmente in molti – Ma è pazzo?” Io non mi curavo dei loro pensieri, nè dei loro giudizi, ma continuavo la mia missione: stavo cercando il mio popolo, e quello di Radio Rock mi sembrava un buon inizio. Gente tranquilla, non criminali o teppisti. Gente a cui piaceva socializzare e incontrarsi. Gente alla mano, insomma, e molto combattiva nei loro principi. Era tanto che lavoravo a questo progetto, intervenendo spesso nei loro programmi radiofonici, fino a divenire quasi ridicolo. Una volta, con parte di un mio intervento telefonico, ci fecero anche uno spot pubblicitario: sarebbe stata una serata biblica, apocalittica, quella che avrebbe avuto luogo in quell’occasione, quel giovedì al Cube. Io vi andai, naturalmente, e ballai tutta la notte. C’era anche un gruppo di ragazzi di colore, quel giorno, e ci sfidammo più volte a passi di danza. Intanto io benedivo in continuazione dj Oreste, che alla fine non sapeva più dove guardare. Ora, con San Giorgio a Nurcaro, l’avevo rifatto: anche lui sarebbe appartenuto al mio popolo, e io sarei tornato a prenderlo, a toglierlo da quel posto, una volta che ne avessi avuto la possibilità. Quel Venerdì Santo, dopo solo un’ora e un quarto di sonno, fu proprio la sua voce a svegliarmi: o forse fu la volontà del Signore a fare sì che mi svegliassi proprio nel momento in cui San Giorgio aiutava Galvino con le sigarette. Così, dopo aver bevuto il caffè che San Giorgio mi aveva offerto anche quel giorno, mi rivolsi verso la finestra, mi inginocchiai, distesi le braccia, larghe, e mi misi in preghiera e in contemplazione. La luna era ormai scomparsa e al suo posto splendeva già alto un sole brillante, quasi accecante. Mi feci il segno della croce. Poi rimasi qualche istante in ascolto. Dentro di me sentivo una scossa pervadermi la schiena: salirmi e scendere nella membra. Fermarsi al cuore e qui riscaldarlo, fino a farlo divenire acceso e incandescente: il suo ritmo era placido, armonico e il mio respiro lo seguiva a tempo. Qualcosa avvenne proprio in quel momento: fu come se mi sentii parlare, se qualcuno volesse comunicare con me, ma non era una voce, era il mio pensiero che generava altri pensieri e ne faceva ora sogni, espressioni, messaggi. A occhi chiusi, ascoltavo quelle parole, che mi dicevano: “Figlio: è giunta l’ora. E’ il tempo che io ti abbandoni e che ti lasci libero.” Nella mia mente, mi sentivo tranquillo e ora riconoscevo la Sua voce. “Ah! Finalmente sei tornato…non mi hai abbandonato!”, rispondevo dentro di me. “No, figlio adorato e prediletto, non potrei mai abbandonarti: tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto. Te l’ho già detto in passato e te lo ripeto oggi, in questo Sabato Santo della Santa Pasqua del Signore Anno Domini MMVIII. E ti dico di più: è giunto il tuo momento. Voglio lasciarti libero e scomparire per sempre dalla tua vita. Orami sei pronto: puoi adunare il popolo a raccolta.” Cosa volessero dire quelle parole, quella proclamazione della mia libertà, io non lo comprendevo assai bene: mi ero sempre ritenuto un uomo libero. Libero di agire. Libero di pensare. Libero di decidere. Ma effettivamente io mi sbagliavo. In tutti quegli anni, dall’anno in cui feci conoscenza con l’Altissimo e in cui a Lui mi consacrai, dopo la visione e l’ascolto del film musical Hair, non ero mai stato libero, ma era lui che si impossessava a suo piacimento del mio corpo e della mia Ragione per guidarmi, attraverso la via della sofferenza, alla sua estrema conoscenza. Ora in ginocchio, a occhi chiusi e con la fronte rivolta verso il sole, cominciavo a percepire quel senso di schiavitù in cui il Signore mi aveva sempre fatto vivere: “Sì, tu sei il Messia, e il disturbo bipolare dell’umore non esiste – continuò Lui – E’ un’invenzione umana, che non ha nulla di divino, mentre divino è effettivamente il tuo dono. Mi dispiace per tutta la sofferenza che ti ho fatto patire concedendo a te questo estremo privilegio. Ma non sei venuto a caso. Anche il tuo nome, che viene dal greco e che vuol dire Incoronato, Colui che porta la Corona, non è stato scelto a caso. Ho voluto che fosse stato tuo nonno paterno a importelo al posto di tuo padre, perché così si tramandasse la generazione di generazione, il ricordo del ricordo, facendo in modo che tu non dimenticassi mai le tue origini primarie, i tuoi antenati. Ora concentrati figlio mio e ricorda, ricorda il tuo passato.” Dentro di me vedevo scorrere immagini di un popolo ormai scomparso, fatto di pastori e sacerdoti. Il popolo pascolava beatamente le greggi e immolava agnelli al Signore: aveva la sua protezione. Poi vidi guerre, scorrerie, assurdi omicidi in nome del guadagno e vidi che il popolo si tramutava in un ammasso informe di gente dedita solo al commercio, all’accumulo sfrenato di ricchezze e guadagno. Vidi poi un vitello, un vitello d’oro a cui il popolo immolava sacrifici umani, bambini e giovani vergini che venivano sgozzate su un altare in onore del nuovo dio. Tutto era scomparso: la pace, il culto, la saggezza. Viveva solo il ricordo nelle preghiere di un libro sacro, che personaggi colti e ormai irriverenti usavano come mezzo per circuire i nuovi venuti. Qualcuno però, era ancora dalla parte del Signore, e al posto del guadagno e dei sacrifici e degli olocausti in onore del vitello d’oro, preferiva far vita da eremita, nell’alto del monte Sinai, con un piccolo gregge da portare al pascolo e con cui sfamare la propria famiglia. “Sì, figlio. Tu vedi bene: hai appena visto l’impudridirsi di un intero popolo. Ti prego, tu puoi ancora salvarlo. E’ sempre il mio popolo prediletto. Ma questa volta, tutti, per salvarsi dovranno battezzarsi. E’ solo con l’acqua che si lava il peccato e si ha la salvezza eterna: è solo lavandosi con l’Acqua che permetterò l’entrata nel mondo della Vita Eterna! Non importa il colore della razza, la cultura, o la stirpe a cui uno appartiene: l’importante è che, in questo ultimo tempo, la Gente si penta, compia un atto di umiltà e si battezzi. Ecco Figlio: la tua nuova missione, da uomo libero, è l’evangelizzazione, portare la buona novella nel mondo e a tutti coloro che non l’hanno ancora assaporata. E lo farai con le mie parole, che attraverso i tuoi scritti arriveranno alla gente. Lo farai con i messaggi che saprò inviarti e che tu, con la tua sensibilità e con la percezione che ti darà la massima apertura del terzo occhio, riuscirai a comprendere. Io adesso ti lascio libero, sì, non entrerò più nel tuo corpo, e né userò più la tua anima: non ti farò più soffrire, ma ti parlerò ancora, anche se mi distaccherò dal tuo corpo, attraverso i messaggi.” Messaggi! La prima cosa che mi venne da pensare furono le parole del caro professor Gorgolini, ai tempi della terza media, la Terza C al Collegio De Merode Istituto de La Salle di Piazza di Spagna, a Roma. Era la classe di Fabrizio Sacco, detto Er Mafia; di Valerio Olivieri … Er Moicano; di Giorgio Trentin; Alessandro Cruciani; Stefano Vitta; Massimiliano Iori; del Lucchetti e di tanti altri che ora non mi sovvengono. Era l’anno del primo incontro con i primi ebrei della mia vita: i gemelli Pieperno; il Pavoncello; il Sonnino. Era l’anno, infine, del primo spinello, di nero pachistano che si apriva tra le mani, mostrando dentro una superficie rossa punteggiata di nero, e che ci era stato portato, in tre piccoli palline, dal Tucano, che all’ora frequentava l’istituto agrario. Quel giorno, il professor Gorgolini ci disse e c insegnò: “Tutte le canzoni portano con se un messaggio. Anche quelle di Lucio Dalla.” E vi dirò di più: il mio amatissimo professor Susani, l’inglese, ce lo insegnava al ritmo di Madonna … “Into the grove”. “Bravo; vedo che ricordi ancora – continuò il mio pensiero – i messaggi arriveranno con un nuovo linguaggio. Una nuova Parola: la canzone.” E’ vero ragazzi: la canzone è la forma artistica che meglio comunica con l’essere umano. Il messaggio può arrivare in vari modi. Un modo, il più semplice, è attraverso le vibrazioni che la musica emana e che fa in modo che, dentro di noi, si scateni un’emozione quasi irrefrenabile che fa sì che ci muoviamo al ritmo, o che rimembriamo momenti magici; o semplicemente che stiamo lì fermi a immaginarci uno scenario. Un altro è il rift, o il ritmo, che fanno in modo che la canzone ci entri in testa, che venga ripetuta, canticchiata e anch’esso provoca in noi uno scatenarsi di emozioni che comunicano al nostro essere qualcosa … un sentimento. L’ultimo, infine, è il testo vero e proprio, che a volte, come diceva il professor Gorgolini riferendosi alle canzoni del caro Lucio Dalla, va analizzato affondo per essere ben compreso e assimilato. Ora, l’unica cosa che bisogna ancora stabilire, è chi manda il messaggio: quel gaggio del Blasco?!, che non capisce, molte volte, neanche ciò che scrive, poiché molte delle sue canzoni le definisce, parole sue, “deliri notturni”? Chi quello sbruffone e molte volte arrogante di Gianluca Grignani, che si crede er mejo rockettaro del mondo? Sì, insomma: è l’artista in sé che manda il messaggio, o c’è qualcosa che lo trascende e ne fa uso? C’è una forza superiore a tutti gli artisti? Alla base di tutto, bisogna sempre tenere a mente, non c’è la nostra volontà di essere qua, ma quella di qualcun altro: è tutto un progetto. Io, ad esempio, e come mi ricordava il mio pensiero pochi attimi fa, dipendo da mio nonno Ugo: non è stato mio padre a impormi il nome che porto, bensì lui, nonno Ugo. “Ricordati che se non c’ero io non ci saresti stato neanche tu”, soleva sempre dirmi il mio buon nonnetto, e se avrò veramente la possibilità di farlo, come sembra volermi oggi dire il Signore, ribadendomi che io sono il Messia, colui che doveva arrivare per giudicare i vivi e i morti, nonno Ugo sarà il primo a risorgere e questo perché la Resurrezione è la volontà divina. “Bravo; hai ragione. E’ tutto un progetto, è tutta una mia volontà. Voi non siete qua per vostra decisione, ma perché lo decisi io, e lo decisi insieme a Lilly. Già, Lilly!, che ora, mutata nell’animo e nel nome, vuol vendicarsi per ciò che ho creato, per quella sostanza che in seguito, una volta venuti fuori voi, avevo vietato. Lilly! … quattro buchi nella pelle! Lilly … carta di giornale! Lilly, … la dea della creazione. Voi, però, non mi ascoltaste e peccaste. Ora bisogna battezzarsi, perché io, un ventisette marzo qualunque, sono passato tra voi, e ho già emesso il mio verdetto: siete stati già tutti giudicati, quel ventisette marzo. Tenetelo a mente e fate in fretta: il tempo è ormai giunto. Stanno per risvegliarsi. Stanno per risvegliarsi. A te, figlio mio, il compito di radunare il popolo, portarlo alla redenzione: salvarlo definitivamente e glorificarlo a me!” E allora, eccolo l’artista vero … ecco l’Artista. D’altronde, che cos’è un artista se non il mezzo di comunicazione tra noi e Lui? L’arte è qualcosa di astratto, di rappresentativo: è un’idea. La Sua Idea; la Sua vera Essenza. L’Ispirazione è generata. Non creata: tenetelo bene a mente. Non potete comandarla, viene da sola, un po’ come le bolle di sapone che se vi soffiamo … vengono da sole. E un po’ anche come le sue canzoni, che son come i sogni, nascono da sole e a noi non resta che scriverle in fretta se no non si ricordano più. Sperate, o ragazzi: il mondo è questo, il Paradiso è questo: c’è stato dato, come affidato, e va cullato, … non trascurato e danneggiato! Va rispettato e custodito, come un gioiello. Come un tesoro o come un dono che fu d’Amore e solo Amore, a te donato. Sperate, o amici, e voi o sorelle, sperate cari, perché è adesso, la Vita e adesso e se credete, può esser eterna, perché ‘no stronzo ce s’è immolato. Vi ricordate? Lo rammentante?! E ci credete?, ragazzi cari. Forza ragazzi: il Tempo è giunto. Ora si nasce, ora si … rinasce. “Bravo figlio mio. Ora sei veramente pronto. Va’: evangelizza il mondo, con la Parola che diedi in passato. Le parole del primo prediletto. E con le altre, che or ti porgo, gli altri messaggi che vi ho inviato. Tu sei un prode, un prode uomo e sai capire l’essenza vera. Tu sai tradurre, quel nesso magico che vi è nel suono, nelle sue onde e tra le parole. Tu hai capito. Tu hai compreso. Il gioco è fatto. Lascia il passato. Sii libero. Libero per sempre da ogni sofferenza. Prendi per mano la tua famiglia: fai sacra tua moglie; educa i figli. Falli crescere nell’amore; nel rispetto dei comandamenti e nel rispetto del prossimo. Insegnagli cos’è l’Amore e fagli capire che il mio Regno è giunto. Dai apri gli occhi e giura.” In quel momento il mio pensiero si bloccò: aprii gli occhi e il sole era puntato verso le mie iridi. Splendeva alto e i raggi erano già caldi, come ad annunciare una prematura estate. Lo fissai per un attimo; poi un altro pensiero sopraggiunse alla mia mente: “Liberati: liberati da ogni male. E’ vero, ti ho guidato alla conoscenza attraverso l’unione dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male e dell’Albero della Vita. Ma ora è giunto il Tempo della tua Rinascita: devi liberarti di tutto e abbandonare il passato. Giura, figliolo: mai più un tiro. Mai più uno spinello fino a quando l’Albero non sarà legale e il popolo sarà radunato alla nuova Santa Messa. Giura figliolo. Giura.” Mi feci il segno della croce e unii i palmi delle mie mani in preghiera. Poi, con un sospiro quasi malinconico, sapendo che non l’avrei più sentito e che non l’avrei più potuto ricercare nell’Albero, tra me e me, socchiusi le labbra, e dal niente uscì il giuramento. Era fatto, lo stavo per dire. Ero libero: “Lo giuro!” LO SPRINT FINALE PARTE IICAPITOLO 5 IL VENERDI’ SANTO DELL’ANNO DOMINI MMVIII E LA MIA X STAZIONE
OPG di via Roma verso Scampia n°150 Domenica 23 marzo 2008 Santa Pasqua del Signore TdR 14:07 AD MMVIII
Facciamo un passo indietro e torniamo all’introduzione di questo romanzo. Ho esordito dicendo che per me si era conclusa un’era, quella del Tempo del Porro, e se n’era avviata un’altra: quella del Tempo della Rinascita. Ma cosa volevo dire con queste parole? Sono stato abbastanza chiaro? Il Tempo del Porro, o dell’Hashish, se preferite, è coinciso con il mio cammino spirituale verso la conoscenza dell’Altissimo. Ora sembrava volermi lasciare libero, libero di adempiere alla mia missione: l’adunata generale per l’ultimo sacrificio. Ma quale sarebbe stato quest’ultimo sacrificio? Io ancora non lo sapevo, o non lo comprendevo, seppur le sue parole mi avevano fatto trapelare qualcosa. L’Altissimo, sapevo benissimo dalla mia esperienza, era pian, piano divenuto cieco, e per vedere il resto del mondo, per vedere ciò che aveva creato, soleva usare la mia vista, i miei occhi, percependo ciò che vedevo io. Vagava all’interno del mio corpo come pure spirito, e muoveva la mia volontà a suo piacimento, in modo che riuscissi a fare delle esperienze che mi portassero alla sua estrema conoscenza. Ora di lui ho compreso che è un Dio molto geloso, e che odia qualsiasi forma di violenza. Per arrivare a questo punto, dovetti disonorare mio padre due volte e finire rinchiuso in questo OPG. Ma questo non è avvenuto a caso. Nel progetto divino, voluto dall’Altissimo, c’era la Rivoluzione: bisognava che un popolo assumesse la forza per portare il suo messaggio al resto del mondo. L’Altissimo aveva scelto il popolo Italiano, un popolo di artisti, trasmigratori e poeti. La polizia italiana, nel corso degli anni e delle sue indagini nei miei confronti, mi aveva affibbiato il soprannome di “Il Poeta”, e quando ne venni a conoscenza ne fui fiero. Per molto tempo, durante le loro intercettazioni ambientali, o dei file che inviavo alla mia community per posta elettronica, erano stati in dubbio se fossi un terrorista: in alcuni di essi mi rivolgevo direttamente a tutti i fratelli mussulmani e li imploravo di non distruggere la mia amata capitale, Roma. Più volte loro avevano minacciato di farlo, attraverso minacce esplicite proclamate sulla rete o anche volantini terroristici, e forse, quei messaggi diffusi nella rete, erano giunti anche a loro. Forse si chiedevano se fossi veramente il Messia e aspettavano realmente che passassi dalla loro parte. I mussulmani sono persone intelligenti, e anche molto sensibili e dalla grande fede: la loro religione non è la religione dell’odio, bensì dell’Amore, come la nostra. Loro sono fedeli, e non cani infedeli come qualche nostra giornalista li aveva definiti nei suoi romanzi e nelle sue interviste, alimentando così sempre più l’odio, il rancore e le incomprensioni. E loro, poi, hanno capito: c’era una volontà da parte di alcuni esponenti a far sì che la jihad andasse avanti. Loro, nei loro cuori, l’undici settembre non l’avevano mai voluto, e più andava avanti questa guerra, più capivano che erano in balia di degli uomini dalla mente folle e distorta che volevano solo accaparrarsi le ultime riserve petrolifere, al fine di rendere sempre più schiava la popolazione e dettare il prezzo per la vita. Il potere voleva ancora renderli schiavi, ponendo sotto tortura le donne, simbolo di quella Lilly, che ora si faceva chiamare Allah. Ah! Lilly, madre di tutto il creato, madre della madre e unita a Yaveh, l’Altissimo. Insieme avevano dato vita a tutto. Ma, ora, per la stupida volontà degli uomini, si vedevano in guerra: non più amanti, ma nemici mortali. Era l’Uomo che li aveva divisi. Lilly era rinata, conscia dei suoi peccati di allora, o per meglio dire, dei suoi esperimenti dovuti alla curiosità di conoscere ogni cosa che aveva creato. Insieme all’Altissimo giacevano nell’Eden, beati di vivere e di amarsi, di essere entrambi buoni per le creazioni che riuscivano a fare: era una gara. Lilly riusciva sempre a stupire l’Altissimo, e Yaveh, dal canto suo, riusciva sempre a stupire la sua amata Allah. Poi però, il gioco degenerò, e andò oltre il loro controllo: dal semplice provare e sperimentare, la cosa divenne un qualcosa di assiduo, di ripetuto. Lilly incominciava a essere debole, a soffrire crisi profonde, a iniettarsi il veleno ogni giorno di più. Yaveh ne soffriva, e tentava di impedirglielo, cercando di distruggere tutti quei frutti che davano a Lilly quel momentaneo stato di benessere, di assenza totale e di supremazia sul creato. Fu proprio il giorno in cui venne dato alla luce il primo uomo che Lilly scomparve: nelle sue braccia rimanevano solo quattro buchi. L’odio, così, incominciò a pervadere il pianeta, e Yaveh, ormai privo della compagna, diede vita anche alla donna, strappando una costola dal corpo dell’Uomo e formando con uno sputo e del fango le sembianze della sua amata Lilly. Lui la chiamava, ma lei non rispondeva: “Lilly, Lilly: ti ho fatto a tua immagine e somiglianza. Tu avevi fatto me, creando costui e io fui fiero del tuo regalo. Lilly, ti prego, vieni a vedere il mio.” Lei tuttavia, non rispose più. L’Amore che si era creato tra i due, divenne incomprensione, e un angelo, ormai pensando di potersi impossessare del potere, riuscì a persuadere l’uomo e la donna e a metterli contro l’Altissimo. Loro presero dall’Albero della Conoscenza del Bene e del Male, l’albero da cui si erano cibati anche i due dei, e fu in quel momento che scomparvero la loro integrità e la loro moralità. Poi la storia la conoscete tutti. Tuttavia, proprio da quell’Albero, l’Altissimo volle ricostruire il futuro dell’uomo e della donna, creando anche l’Albero della Vita, e nel momento della cacciata, esortandoli a non toccarne, a non unirlo all’Albero dello Conoscenza del Bene e del Male, e a vivere sempre, gli diede l’ennesima possibilità: vivrete sempre. Ma che volevano dire quelle parole? Qual’era il loro significato profondo? L’Altissimo aveva dato una nuova possibilità all’Uomo e la Donna: quella di vivere sempre. Sapeva benissimo che col tempo, i due avrebbero trasgredito anche a quell’ordine, quello di non unire i due alberi, perché come gli dei, erano fatti a loro immagine e somiglianza, e allora, divenuti ragionevoli e forti, avrebbero preso coraggio e si sarebbero messi a provare e sperimentare ciò che avevano da loro creato o trovato tra i frutti della Terra. Ah!, l’Albero della Vita! Ah!, l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male: uniti gli avrebbero dato la vita eterna, e il dio Yaveh lo sapeva bene. Si chiedeva, solo, se allora, quando l’Uomo e la Donna avessero capito, e fossero diventati effettivamente immortali, ossia uguali per somiglianza e immagine, gli avrebbero concesso di rivedere l’amata Lilly; l’amata Allah. Yaveh, tuttavia, ora era cieco e aveva bisogno dei miei occhi. Così, nel 1993, dopo i primi esperimenti, avvenuti prima con quel primo spinello di nero pachistano portato dal Tucano; la successiva settimana a Terni, passata in compagnia del mio amico fraterno Luigi Tartaglia, con cui sperimentai la prima vera consistente forza di quelle sostanze; e gli assaggi avvenuti successivamente, nel 1990, nel collegio Rosmini di Domodossola, dove ebbi paura per le conseguenze che quella sostanza avrebbe effettivamente avuto sul proseguo della mia vita; nel 1993 l’Altissimo decise che era giunto per me il tempo che si avviasse il Tempo del Porro. Ero a Londra, e in quell’anno conobbi Rusty, il mio primo personal pusher e il più professionale e il migliore che abbia mai avuto. Per non distogliermi da quell’esperienza, il signore mi tolse, nel giro di pochi mesi, le due persone che avrebbero in qualche modo influito sulla mia decisione: il 22 settembre del 1993, come prima cosa, mi fece lasciare dalla mia fidanzata, la Santa Troia, donna con cui stavo progettando di sposarmi. Poi, il 25 febbraio del 1994, fece sparire mia madre, facendola morire in un tragico incidente stradale. Mamma ci stava provando: sapeva che avevo iniziato a fare uso di cannabinoidi, e ne era profondamente contrariata. Forse col tempo, sarebbe riuscita a persuadermi a smettere. E’ per questo che l’Altissimo mi tolse la sua presenza fisica, e me la mise accanto spiritualmente. Con lei, inizialmente, mi mise accanto lo spirito di tutti i defunti, che entravano a loro piacimento nella mia anima, impossessandosene, e facendomi fare le più assurde esperienze: anche quella del suicidio. Tuttavia, non lo posso provare, poiché l’Altissimo non ha permesso che fosse redatto un certificato di morte nei miei confronti. Fu in quel tempo che sperimentai il massimo della sofferenza: il tempo in cui scrissi Pensieri tra l’Hashish, tra gli anni 1994 e 1997. Nel frattempo, il 13 aprile del 1996, una notte, a Bari, lo spirito dell’Altissimo si era nuovamente impossessato del mio corpo, del mio intelletto e della mia anima e aveva mosso i miei passi fino alla chiesa San Giuseppe dove, finalmente, potei urlare con tutta la Sua rabbia: “Apocalisseeeeeee!!!!” Ora però, il Tempo del Porro è concluso, e io sono già fuori dall’OPG: l’esperienza, come mi aveva promesso il buon dott. Estrigi, è durata solo due settimane. Ora bisogna riorganizzarsi, e fare del popolo italiano, il popolo promotore alla riunione dei due dei: il Dio Buono e il Dio Cattivo, come li chiamano i cristiani. Ma poi?, qual è quello buono? E qual è quello cattivo? Tutti e due parlano d’Amore, tutti e due solo l’incarnazione dell’Amore. E’ ancora il diavolo, quel serpente nefasto che fa in modo che l’uomo e la donna distolgano il loro sguardo da questo sentimento e si perdano, traviati dalle onde dell’odio: in nessun dio esiste l’odio, ma solo la Comprensione, la Carità e l’Amore. Popolo italiano ... sei pronto? Ti chiamo a raccolta, ti chiamo a raccolta per formare Israele, per dare alla terra il nome di Israele: ebrei, è questa la terra promessa, non quel fazzoletto che avete. La Terra! La Terra! La Terra! Tutta la Terra: l’Altissimo vuole ora concedervela, ma vuole il battesimo. Come con Giovanni, il Battista, che battezzò il suo prediletto nel giorno in cui, nel’alto del cielo, si manifestò in una colomba bianca, e parlò di lui a tutti. “Ah!, figlio mio … queste sì che sono parole. Ok. Vai avanti, vai avanti così: al popolo italiano gli va bene tutto e sa sopportare, sopportare il dolore. Il vero italiano non è corruttibile, discende, tra gli avi, dagli antichi romani. E’ un popolo di eroi, di artisti, di poeti. E ora cantanti; di grandi cantanti.” “Padre! Eccomi, sia fatta la tua volontà!” “E la mia è ormai fatta, ormai che dentro di te mi sono spogliato, in mezzo a ‘sti pazzi, di questo stupido, stupidissimo hotel che ho creato: in mezzo a questo stupidissimo OPG. Già! Hai esordito che questo è il tempo della Rinascita. Ma che vuol dire … il Tempo della Rinascita? Vuol dire, semplicemente, che da essere umano, mi reincarno nuovamente in Spirito. Da essere umano, dentro di te, torno ad essere puro Spirito. Cazzo!, che frase: hai detto tutto, ma non c’hai spiegato nulla, penserete vobis, comuni mortali. Eh già, c’ho un po’ voglia de giocà. Del resto per il mondo, quest’uomo, e quindi Io che vi sono all’interno da più di quattordici anni, siamo pazzi, come direbbe ‘u bono Masaniello. Quindi, adesso, nun me scassate ‘u cazzo, perché voglio parlà e solo parlà. Così; diciamo a vanvera, come farebbe un pazzo che si trovasse rinchiuso in un manicomio criminale. Perché diciamoci la verità, come direbbe Albert One, nei panni der sor Marchese: “Io so io, e voi nun siete un cazzo.” E quindi, in tutta sincerità, e pura verità, vi dico che è Dio in persona che vi sta parlando adesso; che sta provando con tutte le sue capacità a farvi Ragionà. Perché, maledico anche l’Illuminismo, con tutto il suo razionalismo, che vuol dire solo sentire la mente, ascoltare il cervello. La Ragione è ben altra cosa: è l’equilibrio cosmico e armonico tra il sentire del cuore e della mente. E quindi, figli miei, ragionate! Non dico … credete, perché di fede nel monno, ce n’avevano du’ persone sole: la fu Lux Dei, morta in un tragico incidente stradale; ed er figlioletto suo adorato, che la stessa soleva chiamare il Terribile Ragazzo d’Oro, e che in sto momento sta a scrive ma, è già leggenda, che sia morto suicida il 31 marzo del 1997. Il caso ha voluto, o la MAFIA ha voluto, che tutte le prove sparissero nel nulla, con il furto della sua autovettura nel luglio del 2006, e con loro anche l’ultima lettera di Stefano Bassi che, probabilmente, se analizzata e studiata a fondo, avrebbe potuto far suscitare a qualcuno che non si trattasse appunto de mera leggenda, ma di tragica realtà. Ma voi, ciccetti miei, ora vi aspettate il miracolo, per credere. Per credere che questo ragazzo sia veramente il Messia, da lui, vi aspettate er miracolo!; er miracolo in diretta. Ma sto cazzo!, ragazzi: questo ragazzo, de miracoli, nun ne po’ fa. Anche se un paio, a dire il vero, in passato, je l’ho concessi. Soltanto che ne potete verificare solamente uno, poiché, l’altro, c’è morto … con un infarto. Chi è rimasto vivo, e prima che avvenisse er miracolo è stato pure avvertito, da sto cazzo de ragazzo!, è stato er sor Dio Tasi. Annatejolo a chiede da voi stessi, nella sua bella comunità, … er Monno Novo: la sede è a Civitavecchia; la sua casa a Riva dei Tarquini e più precisamente a Spinicci. Annateje a chiede de quer giorno, in cui je dissi, da dentro er corpo de sto cazzo de ragazzo: Sandro, ora andrà tutto bene. E schioccai le dita. Chiedeteje se se ricorda ancora, e se è ancora così convinto che, mezzo moribondo sur letto suo, er malato fosse davvero sto povero cazzo de ragazzo: era il 1998; come sempre a Pasqua. Ma comunque, lasciamo stare ste cazzate; ste voci de paese; ste servate da quattro sordi, e torniamo a noi. Io sta vorta la croce l’ho riportata ‘n’altra volta. Un’altra volta e per una sola stazione: era la decima. C’è chi mi rappresenta che invece, pe’ ‘nu pochettino de vento e du’ gocciarelle d’acqua, se rifiuta de portarla. Mei coglioni, … er Papa Razzo! Eh sì, perchè mo, me so stufato: aveva da fa solo tre schifosissime stazioni e s’è rifiutato. Mo me so’ rotto er cazzo e te li faccio partì davvero i razzi nucleari. Altro che guera fredda: se stanno a riarmà pure li russi. Loro non vi dicono cosa sta succedendo laggiù: l’informazione nun ve dice proprio nulla, vi distorce dal vero punto di vista. Sta ar gioco der potere. E’ tutta manipolata affinchè voi veniate ancora ben munti, come delle vacche grasse; ben spremuti a dovere e non vi accorgiate di nulla. Behh; behh … mie pecorelle smarrite. Io però ce stavo provando, coi miei inviati. Poi, però, chissà perché o chissà per come, o forse da un’abile soffiata, mitragliate nella schiena, si prese delle belle raffiche di mitragliate nella schiena. Vi ricordate chi fosse? A me piaceva chiamarla Loredana, e trovò la morte in Iraq. Però, ragazzi miei, non v’accorgete che i morti vivono e ve comunicano quarcosa; sempre. Siete voi che siete troppo sordi; troppo insensibili e non riuscite a percepirli. I morti stanno proprio qua, accanto a voi, e sono pronti. Pronti per resuscitare, je l’avevo promesso. Tutti qua dentro, dentro er corpo de sto cazzo de ragazzo, dentro ar core suo, che voglion uscire e ritornare. Ma lo sapete: noi due siamo pazzi, soltanto pazzi e con la fede ce famo un cazzo. Credere, Ubbidire, Vivere!, questo il nuovo comandamento. Per ora è così. Mi trovo in questo stupidissimo OPG; uno dei miei migliori alberghi ove abbia mai soggiornato, in compagnia di gente dal cuore vero, che s’emoziona, senza scannasse e che nel passato ho solo usato, per interpretà … sta sceneggiata! Vabbè. La croce l’ho riportata e non era vuota e manco pesava. Ce stava Lui, er Prediletto. Colui che scelsi pe’ da l’esempio. Forza, ragazzi: tirate fuori le palle. Imponete le mani, pregate, concentrandovi, e fateveli da soli i miracoli. Come fece Pietro; come fecero gli altri apostoli nel nome suo. Questo è il comandamento. Fateme resuscità ‘nu cazzo de morto. Io, come sapete, me so spogliato de tutto … e le mie vesti, stavolta, le lascio ai pazzi. LO SPRINT FINALE PARTE IICAPITOLO 6 IL MONDO CHE VORREI
Casa di cura San Valentino, Roma, Domenica 4 Maggio 2008 TdR 11.12 AD MMVIII Ed è proprio quello che non si Potrebbe che vorrei Ed è proprio quello che non si Farebbe che farei Ed è come quello che non si Direbbe che direi Quando dico che non è così Il mondo che vorrei
Non si può Sorvolare le montagne Non puoi andare Dove vorresti “andare” Sai cosa c’è Ogni cosa resta qui Qui si può Solo piangere E alla fine non si piange neanche più
(instrumental)
Ed è proprio quando arrivo lì Che già ritornerei Ed è sempre quando sono qui Che io ripartirei Ed è come quello che non c’è Che io rimpiangerei Quando penso che non è così Il mondo che vorrei
Non si può Fare quello che si vuole Non puoi spingere Solo l’acceleratore Guarda un po’ “Ci si deve accontentare” Qui si può Solo perdere E alla fine non si perde neanche più La La La Vasco Rossi
Quando ascoltai questa canzone per la prima volta, mi trovavo steso su un letto del reparto psichiatrico dell’ospedale San Giacomo. La mia stanza giaceva al terzo piano dell’edificio e il reparto si trovava accanto a quelli della rianimazione e di neurologia. La stanza era quella appena passata la porta di ingresso, che dava accesso ai locali delle degenze, la seconda dall’ingresso del reparto, subito sulla sinistra del corridoio, ed era arredata con due letti, un armadio a due ante, ove avevo messo un accappatoio e due paia di jeans, due comodini a rotelle, e una poltrona. Quella stanza era stata adibita proprio poco prima che vi entrassi: prima era un’infermeria. Il giorno che ascoltati questa canzone di Vasco era mercoledì, il 19 marzo; era la festa del papà. Pochi attimi dopo, l’agente di polizia penitenziaria mi avrebbe guardato fisso negli occhi e, in tono placido, mi avrebbe detto: “E’ giunto il momento. E’stato deciso l’OPG in cui andrai e oggi ti tradurremo a Napoli.” Cazzo Napoli!, ho pensato: ne avevo sentito parlare e ne avevo avuto notizie poco rassicuranti. Poi, non sapevo se si trattasse proprio di quello di Napoli o di Aversa, luogo che per fama mi era giunto ancora più tetro. Cazzo!, avevo pensato ancora: si sarebbe dovuto decidere entro tre mesi per questo OPG e ci hanno messo si e no quattro giorni. Cazzo!, proprio oggi, oggi che è la festa del papà, imprecavo ancora. Dentro di me ero un turbine di emozioni malinconiche. In quel momento pensavo ai miei figli, alle loro letterine di auguri che in classe, uno alle elementari, l’altra all’asilo, avevano preparato e che non aspettavano altro che essere consegnate a me e da me lette. Pensavo a loro due, gioiosi di quello che avevano composto, e desiderosi di un bacio, di una carezza, di un abbraccio da parte del loro papà. La gola mi si strinse in un forte nodo, al pensiero del mio adorato Principino e della mia dolcissima Principessa che, tornando a casa, chiedevano alla mamma: “Dov’è papà?” e lei non poteva rispondere altro che: “Sta in ospedale; si sta curando.” Dai miei occhi uscirono delle lacrime amare, amarissime, ma il fato era ormai segnato e io dovevo essere tradotto. Tuttavia, dentro di me, un briciolo di speranza viveva ancora: Vasco! Vasco che, come in moltissimi altri momenti della mia vita, era giunto a consolarmi, proprio nell’attimo della più profonda disperazione. Forse si trattava proprio di un segno. Forse il Signore voleva parlarmi, voleva rassicurarmi, come aveva fatto in passato, seguendomi fin dalla mia adolescenza e poi via, via, nel corso degli anni, con le parole e con le note dell’artista emiliano. Vasco: sempre Vasco nella mia vita. La prima volta che ascoltai una canzone di Vasco Rossi fu nel 1986, quando avevo quattordici anni. Frequentavo la IF del liceo statale Augusto Righi e lì, tra gli altri, conobbi Lorenzo Giampieri. Una sera, una volta che fummo invitati a casa sua, mise al suo stereo una cassetta e fu lì che feci la conoscenza di Vasco. Quel giorno ascoltai l’LP “Va bene, va bene così”, dove oltre alla canzone che dava il titolo all’album c’erano anche “Colpa d’Alfredo”, “Fegato, Fegato spappolato”, “Bollicine”, “Ogni volta”, “Vita Spericolata” e “Albachiara” e, subito dopo, sempre registrato sulla stessa cassetta, c’era anche l’LP “Cosa succede in città”. L’amore fu a primo ascolto: chiesi in prestito a Lorenzo quella cassetta e me la duplicai. Poi, di lì a poco, acquistai il mio primo LP, “C’è chi dice no” e per molto tempo, in seguito, fu Vasco, con le sue parole e le sue melodie a educarmi. Nella mia adolescenza, con un carattere esuberante e vivace, ero un ragazzo profondamente ribelle, anche se di animo dolce, generoso e buono: ero il Terribile Ragazzo d’Oro, appunto, se volessi usare ancora il soprannome che allora mi aveva affibbiato la mia dolcissima mamma. E Vasco era il mio idolo. Un po’ per quello che diceva, per il suo modo di ribellarsi come facevo anch’io, un po’ per quello che la sua musica mi trasmetteva, adrenalina pura, Vasco si sostituì nel tempo a mio padre, troppo impegnato a fare affari e a donare a me e alla mia famiglia un’agiatezza economica fuori dal comune, ma non una presenza e un calore affettivo e fisico degni di un buon padre. Vasco mi avrebbe educato e seguito ovunque: agli ospedali Riuniti Santa Chiara di Pisa, nel 1996, quando finii sotto le mani del Professor Giovanni Battista Cassano, che, non capendo che il mio essere taciturno all’interno di quel luogo non era dovuto a una forma di depressione bensì alla paura che avevo di stare in contatto con quei personaggi che all’improvviso schizzavano dal niente divenendo anche molto aggressivi e violenti, voleva farmi l’elettroshock; e dove seppi che anche il mio artista era stato in degenza. Da allora, qualcos’altro ci accomunò ancor di più e io posi più attenzione ai testi delle sue canzoni fino a quasi sospettare che anche lui avesse sofferto o soffrisse ancora del mio stesso disturbo. D’altronde, lo canta anche lui, nelle sue primissime canzone: Jenny è pazza, Jenny è stanca … Jenny vuole dormire. E poi: ho un mal di schiena che non mi fa dormire…ti prego, mia cara, fammi la puntura. Già, la puntura, o per quel che mi riguarda, il Moditen depot, con tutti i suoi neurolettici, a cui mi ero sempre ribellato, ma che ora ho capito di dover necessariamente assumere, per essere finalmente libero, per fare in modo che il Signore mi lasci libero di ragionare: per fare in modo di non cadere più nella tentazione di ascoltare tutti i messaggi che vengono dagli spiriti, sia positivi che negativi perché, sebbene Dio sia puro Spirito e il suo messaggio sia positivo, sempre pieno di Bontà, c’è anche chi si mimetizza a lui e faccia in modo di sembrare Lui, parlarti, traviarti, e portarti all’auto distruzione. Ma non è Allah; non è Allah. Lui, anche lui è il Dio del bene; vuole l’Amore. Non esiste un Dio del male: sono gli uomini che compiono il male, attraverso le deviazione dello spirito e la negazione del Bene. E’ uno spirito immondo, invece, che si impossessa della mente, ti entra nelle viscere e ti corrode, ti corrompe e ti fa agire senza senno, lasciandoti poi solo a rimuginare, pieno di amarezza, vuoto e sensi colpa. E alla fine è proprio il Signore a nutrire sensi di colpa: sensi di colpa per aver perso la sua compagna e aver fatto in modo che il mondo si corrompesse sotto l’istigazione del demonio. Ma orami, ora che siamo alla fine di questo nostro lungo viaggio, ho capito e ho trovato il coraggio di cancellarli questi sensi di colpa. Tra qualche tempo ritorneranno quelle estati là; Sally non sarà più stanca di fare la guerra e potrà ancora riassaporare le fragole. “Ma è la nuova canzone di Vasco?” chiesi all’agente, ancora steso sul letto. Lui annuì con un cenno del capo. Poi io continuai: “Ma quando è uscita?” Lui mi guardò e mi diede una fugace risposta, dicendomi che non lo sapeva. La trasmettevano su RDS e quando, in OPG, San Giorgio partì per la licenza premio e mi prestò il suo cd portatile, dotato anche di radio, io mi sintonizzai immediatamente su quella stazione e potei ascoltarla in continuazione: allora era tra le novità e la ripetevano in continuazione. Mi fece molta compagnia, chiuso nella mia cella e mi diede anche modo di ispirarmi, di farmi pensare al mondo che volevo realmente. Un mondo che non fosse questo. Sì, intendo questo colmo di odio e di rancore tra razze e religioni: di guerra tra cristiani e mussulmani e tra arabi ed ebrei, ma uno dove vi fosse uno stato unitario, un unico stato … un unico Regno. Il Signore mi parlava in quei giorni, mi illuminava i tratti di questo nuovo Regno: dell’Urbe che sarebbe stata. Comunque, ora mi trovavo ancora al San Giacomo ed era cambiato il momento magico di quella permanenza: dall’iniziale piantone, avvenuto per mezzo degli agenti del carcere di Rebibbia, ero poi passato in custodia a quelli del penitenziario di Regina Coeli. Accadde un sabato. Molto più duri, molto più autoritari. Non mi offrirono mai nulla da mangiare, a differenza di come avevano fatto Luca e Claudio, il Professore sardo, che mi offrirono o un pezzo di pizza margherita, quando Luca la comprava, o una schiacciata sarda con prosciutto crudo, portata all’ospedale per cena da Claudio. E fumare fu molto difficile; non come mi permetteva Walter, l’ispettore Gilardi, che sorridendo annuiva ed era gioioso quando gli proponevo di fare la rivoluzione con me, una volta che fosse tutto finito e che fossi stato rimesso in libertà; una volta che avessimo iniziato le nostre operazioni congiunte magari partendo, come gli avevo proposto, dall’arresto di P1, dalla sua tortura fisica e dal trovare il modo di estorcergli informazioni preziose sul Bar degli Ebrei. P1 era uno che faceva parte di quell’organizzazione. Quella domenica, domenica 10 febbraio, quando gli avevo proposto di entrare nella mia squadra e di diventare un intoccabile, lui era stato chiaro: girava poca roba ormai al Bar degli Ebrei; c’era poco movimento e io avevo smosso troppo le acque. Poi, il trabocchetto che mi tese, l’appuntamento a prendere il fumo proprio di fronte al Bar degli Ebrei, mentre lui si sorseggiava un caffè, magari proprio nel momento in cu mi avrebbero dato, dal niente, una sprangata in fronte e mi avrebbero definitivamente tolto dalla circolazione. Ora però, avevo anche l’ispettore Gilardi dalla mia parte. Walter era euforico alle mie proposte, voleva fare l’arresto, e forse un po’ ci credeva al fatto di fare una vera e propria rivoluzione. Stavo trovando alleati nella quarta forza delle forze dell’ordine italiane: la polizia penitenziaria stava anche lei alleandosi con il Messia. Sì. Mi avrebbe seguito anche lui, e con lui tutti gli agenti del Carcere di Rebibbia. Stavamo progettando l’operazione. Poi ci fu il cambio di guardia, gli agenti di Regina Coeli e il cambio di regime di detenzione. Ma anche loro volevano studiarmi e decidere. Anzi, in realtà l’avevano già fatto: erano tutti con me. D’altronde, l’impostazione professionale di quelle guardie era diversa. Diversa perché diversi erano gli ambienti nei quali lavoravano e dai quali provenivano: carcere morbido quello di Rebibbia; molto più duro, appunto penitenziario, luogo dove scontare una vera e propria penitenza, dove si trovavano i detenuti in attesa di un giudizio definitivo, quello di Regina Coeli. Tuttavia, nella sua durezza e nella sua estrema disciplina, anche il piantone di Regina Coeli fu comprensivo nei miei confronti: Chicco, agli inizi, si era presentato bene, e io ero felice che fosse proprio lui a farmi da piantone. Gliel’avevo pure detto, quando lo rividi entrare nella mia stanza. Lui mi sorrise. Amorevolmente. Ero contento che fossero lui e anche Benito e Angelo, Michele; e tutti gli altri: “Andiamo soldato!”, mi fece appunto Chicco il primo girono che giunsi al San Giacomo, lì nel furgone blindato che mi aveva tradotto dal penitenziario di Regina Coeli, e da soldato ora mi trattavano, proseguendo ad addestrarmi con la rigidità di un servizio militare che non avevo mai fatto, proprio a causa di questo mio disturbo e del conseguente congedo definitivo per disturbi mentali. Ora proprio loro, gli agenti della polizia penitenziaria del Penitenziario di Regina Coeli cercavano, con tutto il loro rigore, di trasmettermi un’idea, un’impostazione militare. “Pompa!” mi ordinava Chicco, quando mi vedeva steso sul letto, lì in preda alla malinconia di pensieri nefasti che vedevano solo davanti ai miei occhi la prospettiva orrenda di giungere presto all’interno di un manicomio criminale, senza sapere cosa avrei effettivamente trovato. “Che pippa che sei!”, continuava a dirmi Chicco , quando io provavo a fare delle serie di piegamenti sulle braccia, ma con scarsi risultati. Riuscivo a fare la prima, da dieci, ma alla seconda non riuscivo mai a finire la serie: mi fermavo a sei; a sette; massimo a otto. “Che pippa che sei”, continuava a dirmi, lui un essere enorme, composto principalmente da muscoli e carne, oltre che da arguzia e finissimo cervello. Un cervello sopraffino, poiché nel lanciarmi tutti quegli insulti, mi spronava, cercava di incitarmi, di farmi intravedere quello che sarebbe successo in futuro, quando sarei dovuto effettivamente scendere in campo e con il mio esempio, dare forza all’intero popolo italiano; fare in modo che si compattasse una volta per tutte, sconfiggendo quelle disuguaglianze regionali e quei provincialismi che lo caratterizza e, divenuto finalmente Stato veramente unitario, mi seguisse in questa missione divina di Rivoluzione mondiale. Di costituzione di un Mondo Nuovo. Di costituzione del Regno dei Cieli. D’altronde, questo era il progetto dell’Altissimo: il Regno dei Cieli, e il tempo era giunto. Lui voleva che io diventassi Re, re di tutta la terra e che con saggezza, amore e carità, avendo ormai fatto dono a me e ai miei sudditi del beneficio più alto, la Vita Eterna, io l’amministrassi e la governassi, conducendola a farla divenire Israele. Forse avrei dovuto anche circoncidermi, sentivo questo dentro di me, per fare in modo che il Popolo si fidasse effettivamente di me, mi riconoscesse come il Messia, mi eleggesse a suo re e, come io fossi diventato uno di loro per la circoncisione, tutto il Popolo divenisse il mio popolo eletto attraverso il battesimo della Salvezza. I mussulmani allora avrebbero capito, e avrebbero deposto le armi e avrebbero pregato Allah perché finalmente cessasse di nutrire rimorso e rancore per i tempi dell’Eden, e tornasse a riprendersi lo sposo. Tornasse da Yaveh e lo guarisse dalla cecità, lo ringiovanisse, gli desse nuova fonte di vita: lo salvasse dalla morte che ormai sembrava sopraggiungere. Ah! Era questo il progetto dell’Altissimo: riunirsi all’amata, porre un Re in terra, un re saggio e ricolmo di amore, con cui amministrare il Popolo, come fosse un gregge di pecore da portare a pascolare, e dall’alto dell’Eden, sempre unito all’Amata, godere della musica armonica e della pacifica calma che il belato del gregge produceva nell’etere. Era per questo che mi aveva educato e condotto per mano per tutto questo tempo, attraverso la via della sofferenza. Era per questo che mi aveva parlato, prima attraverso Vasco, il suo Sommo Poeta contemporaneo, che pur non comprendendo quello che lui stesso scriveva, era stato usato dall’Altissimo per trasferirmi il suo messaggio divino; per farmi intravedere il progetto. E poi, attraverso tutti gli altri cantanti, quelli anglosassoni, per capire i quali mi aveva fatto imparare l’inglese a Londra, ai tempi dell’università alla City University Business School; e di quelli italiani che, come mi aveva insegnato il caro professor Gorgolini, trasmettevano il loro messaggio nella mia lingua, l’italiano, una lingua che trasferiva calore e amore. Ecco: ora era da creare il mondo e la Lingua. Forse far resuscitare l’antico latino: creare l’Urbe. Ma l’impresa era ardua: forse impossibile. Nel mondo ormai la gente si era rassegnata e aveva accettato tutto. Come dice il Sommo Poeta, ora si poteva solo piangere! Anzi oramai, non si piangeva neanche più: tutto giaceva nella rassegnazione e nell’accettazione di un relativismo che aveva portato il mondo, appunto, a non avere neanche più la necessità di piangere: ogni cosa restava qui, nell’idea utopica di una vita che andava verso lo sbando. E questo, Dio non l’avrebbe mai voluto. Allora, di questo passo, si poteva solo perdere!, Anzi no: andava tutto bene, tutto era accettato. Non si perdeva neanche più. Si aspettava solo il momento finale, l’esplosione del pianeta che sarebbe avvenuta per mezzo del surriscaldamento del globo e avrebbe posto la fine alla vita. La gente se lo chiedeva sempre più spesso, e forse era convinta di aver capito: si era alla fine, alla fine dei tempi. Tuttavia, questa fine non faceva parte del progetto dell’Altissimo: non era questo il mondo che voleva. La fine avrebbe voluto dire l’esistenza del nulla e la contemporanea scomparsa anche di Lilly, della sua amata Allah. Ah Lilly! Ah Allah! Lui non l’avrebbe mai permesso: lei no. Lei non sarebbe mai morta. Piuttosto Lui. Lui sarebbe scomparso, sarebbe morto, sarebbe stato spazzato via dall’Uomo. Si sarebbe lasciato morire per Lei. L’Uomo, però, gliel’avrebbe lasciato. L’Uomo, adorandola, l’avrebbe fatta vivere. A Lei e solo a Lei: ad Allah. Lei unico Dio. Senza l’Uomo, senza i cristiani ei mussulmani, o gli ebrei, o gli induisti, o forse anche i buddisti, sarebbero scomparse anche le Idee, e con loro, i due dei sarebbero morti entrambi, nello stesso momento. Lui poteva accettare di morire, ma l’amata no: non doveva morire. Unico Dio…sarebbe stata l’unico Dio. Poi però, pensava anche, gli dei, Lui… Yaveh; Allah, la sua sposa, esistevano perché era l’uomo che esisteva, ed era l’Uomo che li aveva creati con la sua immaginazione: loro lo sapevano, non potevano prescindere dall’Uomo. Era una corrispondenza bivalente. L’Uomo esisteva perché esisteva Dio, ma Dio esisteva perché esisteva l’Uomo. Ok, l’Uomo non poteva spingere solo l’acceleratore, era ancora solo Immagine e Somiglianza e ogni tanto doveva rallentare, doveva fermarsi a riflettere, a recuperare il carburante. Ma Dio, allora prendeva il suo posto e correva per lui, tenendo sempre più spinto in giù quel pedale, quella manopola del suo centauro e, sentendo l’Uomo ben saldo, abbracciato alle sue spalle, schizzava in un’impennata e solcava con un salto il guado, fino a condurlo nell’Infinito, nel sogno, che finalmente faceva in modo che la montagna fosse realmente sorvolata: che Allah fosse ricongiunta a lui. No grazie, Dio non si accontentava. Dio voleva proprio andare dove voleva andare: da Lei, dalla sua sposa legittima. Era l’Uomo che voleva accontentarsi, che non voleva andare oltre se stesso; che voleva già ritornare, ritornare al nulla, quando invece era già arrivato, arrivato alla conoscenza e al dono della Vita Eterna, come gli era stato promesso; e che quando fosse realmente arrivato alla conoscenza volesse nuovamente ripartire per l’ignoranza; e che avesse voluto rimpiangere quello che non c’era! Non certo Dio: Lui non voleva più rimpiangere la sua Amata: la voleva e basta. Era l’Uomo che aveva costruito un mondo che non era quello voluto dagli dei, riducendosi ad accettare tutto: delinquenza, perversione, …omosessuali che volevano adottare figli. La contro natura, l’annientamento della specie. Ma Lui no, non voleva tutto questo: era per questo che mi aveva mandato, perché facessi il Regno! Perché Dio non cantasse più questa canzone: Non credo! … Non credo più a niente e … né seguo i comizi … … e né li ascolto parlare!
Tutto sembra vano, e tutto sembra morto … … all’interno dei nostri confini!
Vivono solo degli esseri vuoti Che a nulla ci servon E niente ci insegnan,
… se non la menzogna, … l’accidia, … e l’invidia.
Che insegnano il furto, il ricatto … e l’oltraggio
… e fuggon il rispetto che un essere ha innato.
Muore la Polis E con lei chi vi è puro. Muore la voglia Di crescere e fare.
Muore con noi la nostra speranza Di vivere liberi Di ESSERE umani … Coi nostri difetti e le nostre passioni.
Cresce la rabbia Per essere BESTIE ( … e viver lo sterco) che un branco di porci …
si lascia alle spalle.
E cresce la rabbia di essere MORTI In mezzo a chi vive (tra i falsi ideali) di un mondo che è VOSTRO
dovendo poi crescervi … e condurlo per mano.
S’affioca la voglia Di prender le armi … E dire che BASTA (che basta a noi tutti!)
… la vostra condotta.
Combatter per cosa, … … e morire per CHI?
Siam giovani eroi che lottan in silenzio Che vogliono ancora … capire il futuro; che sperano ancora
… l’esempio in qualcuno.
Ma poi quale esempio! … … se pure chi INFORMA si lascia stuprare pel viale del soldo!
Ma poi quali vati! se pure chi informa Si perde la penna … tra risse a Palazzo.
E allora che resta … … se non che … un gran sogno?!
E allora io sogno! Sogno lo Stato, sogno un paese in cui uno sguardo voli pur libero in quello di un altro,
… senza che questi si scagli e poi meni, (… con man o con parole) il segno spontaneo che scorremi dentro.
E sogno uno Stato In cui il cittadino Possa poi correr felice e leggiadro,
… senza pensare soltanto al guadagno da DARVI in tributo per essere VIVI.
Sogno e risogno Ma ormai son forse troppo giovane, … … per credere ancora ai sogni! LO SPRINT FINALE PARTE IICAPITOLO 7 E LUI LA TENTAVA
Casa di cura San Valentino, Roma, Giovedì 8 Maggio 2008 TdR 16:23 AD MMVIII
Ciao, sono quello che hai incontrato alla festa,
Max Gazzè Mentre in quei giorni di detenzione nell’OPG di Secondigliano ascoltavo questa canzone, che veniva sempre più spesso trasmessa dalle frequenze di RDS, non sapevo esattamente cosa stava succedendo in quel momento, ma sentivo dentro di me un’inquietudine che mi portò a immaginarmi una scena. Vedevo l’anima immortale del Dio mussulmano in preda all’inquietudine e lì accanto a lui l’essere immondo che lo tentava. Allah, anche lui, era molto stanco delle guerre che si erano succedute nel tempo, e ripensava ora al suo legittimo sposo, avendone nostalgia e nutrendo un senso di profondo pentimento per tutto il tempo che era trascorso lontano da lui. Ecco: ora si stava convincendo anche lui, percependo gli impulsi e il messaggio lanciati nell’etere da Yaveh e si stava pian, piano ricredendo. Forse smettere quella guerra era la cosa migliore. Forse, donare la Vita Eterna anche al suo popolo era la cosa giusta. Non un paradiso immaginario, ma la Vita Eterna, con i propri corpi, proprio come Yaveh l’aveva promessa al suo popolo; ai cristiani. “Tornerai a giudicare i vivi e i morti”, aveva detto. Già … i VIVI EI MORTI!Tuttavia, lo spirito immondo era lì, accanto a lui, accanto ad Allah, e voleva entrarvi dentro, possederlo, farne un suo schiavo, giocando su quella sua quasi umana debolezza. Ora lo tentava: “Ciao sono quello che hai incontrato alla festa. Ti ho chiamato solo per sentirti e basta.” La melodia e il ritmo della canzone che aveva usato per sintonizzarsi sulle onde sonore del divino erano piacevoli, e Allah vagheggiava sui tratti del nuovo pretendente. Si sentiva solo e troppo amareggiato per il suo passato. I secoli lo avevano portato a farsi un suo popolo di adepti la cui fedeltà era stata ben verificata da tutte le prove a cui il Dio lo aveva sottoposto: prodi kamikaze gli davano in continuazione queste dimostrazioni, donando per lui la propria vita in cambio di un ideale. Allah, però, era anche stufo di quel gioco: lui, sotto, sotto, odiava la violenza e, come il suo sposo, era il Dio dell’Amore; un amore deluso, però. Per fare quello che aveva fatto, aveva dovuto creare una società che ripugnasse la donna, ossia la sua vera essenza; la sua immagine. Lei era la dea creatrice: era da lei che era stato tutto generato per mezzo del seme donato a lei da Yaveh agli inizi dei tempi. Dalla loro unione era stato creato l’Uomo, e il mondo intero. Loro, insieme, avevano fatto tutto e Allah, o Lilly come la chiamava in passato il suo sposo, ora non riusciva a togliersi dalla mente quel pensiero: si poteva porre una fine all’incomprensione di due amanti? Tutto quel tempo, quei milioni di anni che erano passati dalla sua fuga, dalla sua fuga per difendersi dal veleno che Yaveh, la prima volta, le aveva fatto provare e al quale lei era divenuta schiava, fino a morire e resuscitare, colma di odio, per aver provato una sensazione che un dio non avrebbe mai voluto provare; la morte appunto. Ma tutti quei millenni, si chiedeva ora, sarebbero bastati a far ragionare anche Yaveh? Sarebbero bastati a fare in modo che anche un Dio si ponesse un limite e non lo valicasse mai? Il limite di non uccidere? Allah, Lilly, era stata sempre contraria a quell’idea orrenda, a quell’idea perversa che Yaveh, ancor prima che lei desse alla luce il primo uomo gli aveva proposto: “La creiamo anche la morte? Si insomma il ciclo di vita? La chiamiamo Albero della Conoscenza del Bene e del Male?” Lilly era perplessa; molto perplessa. Poi, per amore, per accontentare il suo sposo che voleva provare tutto, che voleva essere sempre di più, acconsentì, e l’Albero fu creato, nel mezzo del giardino e poi dai due sperimentato. La sensazione dello scorrere della vita nella loro essenza era piacevole, benevola e estasiante, ma quando questa cessava di stare in circolo, i due provavo un senso di smarrimento e si chiedevano se effettivamente era cosa buona e giusta. Tuttavia la presunzione di Yaveh, che si vedeva perfetto, onnipotente, onnisciente, qualcosa di più anche della sua sposa, non riconobbe mai quella creazione come un suo sbaglio e come fonte dei mali che ne sarebbero seguiti. Non la riconobbe fino a quando non creò anche l’antidoto, l’Albero della Vita, per mezzo del quale, e dall’unione del quale con l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male, gli uomini avrebbero raggiunto la sua dimensione: la Vita Eterna. Poi come detto, proprio poco dopo che fu messo alla luce il primo uomo, il gioco degenerò e uno dei due, Lilly, la più debole per costituzione, provò effettivamente la sensazione del nulla, morendo e poco dopo resuscitando. Scappò via, in collera con il suo sposo per quello che le aveva fatto provare, per essersi sentita umiliata, per avergli dato fiducia e non essere stata degnamente protetta; come una sposa avrebbe dovuto essere protetta. La fiducia nei confronti di Yaveh vacillò, e il pensiero che fosse un gerarca dispotico e autoritario nacque nella sua essenza di Dio. Si mise in sua contrapposizione e scappò via e si creò un suo popolo. Un popolo però che premiava i maschi, in onore e in ricordo del suo sposo, a cui per tutti i milioni di anni che si susseguirono, silenziosamente, si sentiva sempre legata. E un popolo di maschi ai quali prometteva un paradiso fatto di harem di vergini e di vino novello con cui inebriarsi nei momenti di piacere. Di benessere, piacimento e lussuria in cambio della fedeltà più totale. Un popolo di maschi. Le femmine erano mortificate dal Dio, nel ricordo della sua sottomissione allo sposo; o meglio della sua totale abnegazione allo sposo che la condusse fino a dare la sua essenza per lui. E ora le spose del suo popolo dovevano emularla con i propri maschi, senza mai ribellarsi, senza mai dire una parola, accettando anche la poligamia: il massimo insulto che una donna poteva accettare. Essere considerata solamente un oggetto. Perché lei, Lilly, alla fine, così si era sentita considerata dal suo, di sposo: un mero oggetto su cui sperimentare la potenza divina. Ora però, dopo secoli di sangue, di uomini morti in suo onore, di donne trucidate e di kamikaze che avevano lasciato mogli e bambini, un po’ cominciava a pentirsi e a sentirsi smarrita. Provava malinconia. Yaveh era lì, che continuava a chiamarla a sé. Lo spirito immondo lo aveva percepito: aveva sentito questa debolezza e questo ripensamento da parte del Dio, il Dio che era riuscito a far rinominare e considerare, in gran parte del mondo e da gran parte degli uomini che abitavano il mondo, il Dio del Male. Ora non poteva permettere che il Dio tentennasse; ora era quasi fatta e lui poteva quasi essere certo di un dominio che avrebbe annientato in un solo colpo i due dei e che avrebbe fatto di lui il solo tiranno esistente. Perchè se Lilly si fosse ricongiunta al suo sposo, allora per lui sarebbe stata la fine e sarebbe cessato di esistere. Yaveh avrebbe infatti aperto gli occhi alla sposa e l’avrebbe illuminata nel fargli riconoscere l’immondo che in tutti questi anni l’aveva deviata e ne aveva alimentato il suo odio e il suo rancore. Insieme avrebbero posto fine alla sua esistenza e l’uomo avrebbe cantato per sempre la loro eterna unione. Ma il demonio era là, sempre in agguato e usava parole dolcissime per conquistare l’anima di un Dio che dentro di sé si sentiva a volte perso: a volte debole. “Dicono che gli occhi facciano un uomo sincero e … allora stai zitta non parlare neanche” Per millenni lo spirito immondo aveva traviato le popolazione utilizzando gli stessi strumenti utilizzati dal Dio: i suoi mezzi di comunicazione. Si mescolava ai suoi messaggi divini distorcendoli e facendo in modo che l’Uomo non capisse esattamente cosa volessero dire. Ma, Dio, nella sua estrema saggezza, l’aveva messo all’oscuro del suo progetto, non rivelando a nessuno il tempo della mia venuta, anche se Nostradamus, in qualche modo, l’aveva predetto. Come aveva predetto l’anno in cui sarebbe nato l’anticristo, il 2006, personaggio effettivamente nato dall’unione dello spirito immondo con le carni di una tenera ragazza cristiana, di nome La Streghetta, che poi uccise subito dopo il parto: l’Anticristo fu chiamato Alessandro, e ora veniva cresciuto e educato all’odio contro di me, il Cristo, in un monastero di monaci satanici. Questa nascita per ora, non mi preoccupa, poiché l’Anticristo è ancora troppo giovane per assumere poteri nefasti e immondi, come quelli del genitore, e se riuscissi a sconfiggere prima il demonio, potrei salvare anche lui. Adesso l’Anticristo è ancora un bambino innocente, di due anni, che sì, è vero, è stato allattato con il latte di una scrofa mischiato al sangue della madre, sgozzata in sacrifico proprio dopo la nascita e dissanguata completamente. Ma la percezione del mio terzo occhio mi porta a pensare che posso salvare anche lui prima che scoppi la guerra, la guerra tra il demonio e gli dei che sicuramente troveranno il modo di ricongiungersi nel loro amore. La guerra, allora, durerà trent’anni e dopo la sconfitta del demonio e la redenzione dell’Anticristo vivrà un periodo di mille anni di pace; proprio come predetto da Nostradamus. Ora però, è alla guerra che devo pensare e preparare il popolo italiano: saranno loro che difenderanno gli innocenti. La Gente del mio popolo, gli ebrei, non si è ancora battezzata e loro continuano a idolatrare il guadagno piuttosto che lo spirito. Yaveh li vuole solo pastori e sacerdoti; pastori e sacerdoti di un più vasto popolo. Di Israele. I buddisti, poi, credono che non esista un Dio. I cristiani accettano tutto, con il loro relativismo, e sono diventati corrotti nell’animo e depravati nello spirito. I mussulmani, i loro capi, sono carichi di odio, poiché guidati da persone che si sono messe a fare affari sporchi con l’America, progettando un attentato che ha scosso il mondo e che è servito a dare inizio alla guerra… alla jihad; alla spartizione delle ultime risorse energetiche del pianeta. Il demonio continua a tentare il loro Dio, il Dio del Bene: “Dillo al tuo ragazzo che ci ha visto stanotte se vuole può venire e riempirmi di botte”. Ogni metodo è lecito, e questo era il più subdolo: convincere a rinnegare definitivamente il suo sposo, a unirsi allo spirito immondo e creare il Dio del Male. Era questo l’obiettivo del demonio. Era ovvio: il maligno, pur non sapendo il momento esatto, stava percependo il mio arrivo e sapeva benissimo che la mia forza, la forza del Messia era superore a qualsiasi altra forza. Io incarnavo la Santissima Trinità. Ero uno e trino. Lui solo uno. Non avrebbe mai potuto competere con me e se anche era riuscito a creare l’Anticristo dal sacrifico di una povera vergine cristiana, sapeva benissimo che questi non sarebbe mai riuscito a sottomettermi, ma che io lo avrei redento. Non ci sarebbe più stata lotta e allora, ricevuta la remissione di tutti i suoi peccati e conosciuto il suo passato, ossia avendo avuto notizia di come era stata sacrificata la sua innocente mamma, anche Alessandro, l’Anticristo, si sarebbe unito a me e avrebbe mosso guerra al malgino. La sua forza vendicativa sarebbe stata devastante e il maligno sarebbe stato spazzato via per sempre dalla terra, rigettato nelle viscere profonde del Nulla e nel Nulla annientato. Allora, dopo i trent’anni di estenuante guerra che ci avrebbero visti nemici, io e l’Anticristo saremmo riusciti a far nascere la pace eterna e a donare agli uomini il frutto dell’Amore divino: la Vita Eterna. “Ma se solo potessi un giorno vendere il mondo intero in cambio del tuo amore vero”. Ecco, il demonio provava a premere sull’acceleratore e tentava ora il Dio promettendogli di donargli il mondo intero se solo lui gli avesse regalato la discendenza. Il Dio era confuso. Pensava allo sposo, che ormai sapeva scomparso e che sapeva moribondo. Il tempo di Yaveh, a differenza del suo, era un tempo limitato: questa era la loro differenza. Allah poteva vivere in eterno, anche da solo. Lui no. Per esistere, Yaveh aveva bisogno dell’unione con la sua sposa. Doveva assaporare e cibarsi della sua linfa. Lei lo sapeva e stava attendendo; stava attendendo di restare effettivamente sola, nel momento in cui non avrebbe più ricevuto il messaggio dell’amato. Allora avrebbe capito: sarebbe diventato l’unico Dio e avrebbe posto fine alla schiavitù del suo popolo e gli avrebbe donato il paradiso. Ma avrebbe sterminato tutti i rimanenti uomini: gli infedeli, gli ebrei, i cristiani, i buddisti, gli induisti. Sarebbero sopravvissuti solo i mussulmani e il mondo sarebbe stato tra loro diviso. Ma ahimè!, cosa sarebbe successo allora alle donne? Dovetti sforzarmi fortemente. Mi prostrasi al suolo, sopra un asciugamano che avevo usato a mo’ di tappeto e mi disposi in direzione della Mecca. Iniziai a pregare, cercando di riesumare nella memoria qualche versetto del Corano che avevo appena conosciuto leggendo una copia del corano che mi avevano spedito all’OPG i miei cari parenti, ma dentro di me sentivo l’estenuante sforzo che il Dio faceva per non cadere a quella tentazione e ripudiare l’odio. Mi misi allora a cantare, ancora prostrato, e la canzone che recitai al Dio dei mussulmani fu la seguente, il messaggio che avevo inoltrato via internet alla mia community e a tutti i fratelli mussulmani in occasione delle loro minacce di distruggere la mia amata Roma: Please … Do not touch My Rome.
Please! DON’T TOUCH MY TOWN … Instead … Come and see it.
See the Beuty of Rome Er Fontanone … Er Colosseo See also…
Saint Peter and… Il Circo Massimo Villa Borghese E Villa Ada.
But please … Don’t touch my town …. Don’t touch … MY ROME.
(…)
Look at Rome … Look at my… TOWN Will you ever want to …
…. DESTROY IT?!
Come on … have a trip Come and meet … The Roman Boys!
We are just like you … we smoke hashish And we believe… … THERE’S ONLY A GOD!
Who matter …WHICH?!
Only one God Only one God …. Yaveh for us Allah for you.
(…)
It’s still a problem? Are you really sure? Come on … it’s normal …We’ve got different language
But rather that We are still in game. Brothers in War --- BROTHERS IN WORLD!
(…)
Anyway The last King of our … The David’s son Told us in truth
“Everybody is a brother.
…EVERYBODY MUST BE LOVED”
So why don’t we talk And stop the war … Just kill few people. I tell you names:
George W. Bush And all the Americans That after that Are still in love with him.
And also please … Kill Tony Blair … That Tony Blair And please give fire …
To the Small and hugly Italian Optimist
Let me burnt him In front of everyone … with my own hands As I’ve promised
… few years ago.
And so my Friends Kill also Bin If … still alive Take back your oil
And … roll a Joint-
But please my Brothers. O Mussulmani! If you want me To be with you
… don’t touch my town Don’t touch my Rome.
… My name is God THC THC LO SPRINT FINALE PARTE IICAPITOLO 8 IO LO SO CHE NON SONO SOLO ANCHE QUANDO SONO SOLO Casa di Cura San Valentino, Roma, Venerdì 9 Maggio 2008 TdR 16:37 AD MMVIII
Io lo so che non sono solo anche quando sono solo Io lo sono che non sono solo
Sotto un cielo di stelle, di satelliti Tra i colpevoli, le vittime, i superstiti Un cane abbaia alla luna Un uomo guarda la sua mano Sembra quella di suo padre quando da bambino Lo prendeva come niente e lo sollevava su Era bello il panorama visto dall’alto Si gettava sulle cose prima del pensiero La sua mano era piccina ma afferrava il mondo intero
Ora la città è un film straniero senza sottotitoli Le scale da salire sono scivoli, scivoli, scivoli Di ghiaccio sulle cose La tele dice che le strade sono pericolose Ma l’unico pericolo che sento veramente È quello di non riuscire più a sentire niente Il profumo dei fiori, l’odore della città, il suono dei motorini, il sapore della pizza Le lacrime di una mamma, le idee di uno studente, gli incroci possibili in una piazza E stare con le antenne alzate verso il cielo
Io lo so che non sono solo Io lo so che non sono solo anche quando sono solo E rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango Io lo so che non sono solo anche quando sono solo Io lo so che non sono solo E rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango
La città è un film straniero senza sottotitoli Una pentola che cuoce pezzi di dialoghi Come stai, quanto costa, che ore sono, che succede, che si dice, chi ci crede, … Allora ci si vede Ci si sente soli dalla parte del bersaglio E diventi un appestato quando fai uno sbaglio Un cartello di sei metri dice tutto intorno a te Ma ti guardi intorno e invece non c’è niente! Un mondo vecchio che sta insieme solo grazie a quelli che Hanno ancora il coraggio di innamorarsi E una musica che pompa sangue nelle vene Che fa venire voglia di svegliarsi e di alzarsi E di smettere di lamentarsi che L’unico pericoli che senti veramente È quello di non riuscire più a sentire niente Di non riuscire più a sentire niente Il battito di un cuore dentro al petto La passione che fa crescere un progetto L’appetito, la sete, l’evoluzione in atto L’energia che si scatena in un contatto
Io lo so che non sono solo anche quando sono solo Io lo so che non sono solo E rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango Io lo so che non sono solo anche quando sono solo Io lo so che non sono solo E rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango E mi fondo con il cielo e con il fango E mi fondo con il cielo e con il fango Lorenzo
Nelle due settimane di permanenza all’OPG di Secondigliano ascoltavo spesso anche questa canzone e pensavo a tutto quello che il Signore mi aveva trasmesso in quei giorni: l’idea della mia pura libertà. Un po’, però, ne ero rattristato. Mi avrebbe lasciato veramente solo? Non l’avrei più risentito?; riascoltato? Avevo un po’ paura. D’altronde erano quattordici anni che il Signore aveva girovagato all’interno del mio corpo, guidandomi e forgiandomi per quello che ora avrei dovuto effettivamente fare: redimere il genere umano e dargli l’Eterna Salvezza. Il mio compito, tuttavia, era quello di riconoscere i messaggi nefasti che il maligno lanciava nell’etere e con cui corrompeva il genere umano e tentava anche di corrompere il Dio amato da Yaveh. Non so come, ma stando in preghiera prostrato in direzione della Mecca, sentivo espandersi ancor più l’apertura del mio terzo occhio, e qualcosa ora si impossessava nuovamente di me: questa volta, però, non era Yaveh, l’Altissimo, ma il suo amato, Allah. Recitando quei pochi versetti del Corano che avevo appreso leggendo il libro sacro dei mussulmani, sentivo che il Dio mi voleva parlare; che voleva mettersi in contatto con me. D’altronde, anche lui era a conoscenza della mia venuta e io, pregandolo, mi ero fatto riconoscere. Così, sotto un cielo di stelle e di satelliti, mi fece apparire le immagini dei colpevoli, di quegli uomini che invece di prostrarsi a lui, adoravano il maligno, erano schiavi dell’essere immondo e a lui offrivano sacrifici. Allah non voleva tutto questo e ora mi ringraziava per le mie preghiere, per aver fatto in modo che allontanassi da Lui quello spirito immondo che, in attimo di sconforto, lo stava tentando e cercando di traviare; di fare in modo che da lui e dall’unione con lui, venisse generato il dio del male, che avrebbe eliminato in un sol colpo i due amanti e che avrebbe eletto lui, il demonio, a tiranno del mondo. Ah! Io gli ero grato per queste visioni: ora sapevo a chi dovevo muovere guerra; contro chi dovevo usare le mie forze e guidare il popolo italiano nella guerra finale. Ora, inoltre, mi parlava con più amore, e davanti ai miei occhi scorrevano anche le immagini con cui mi mostrava le vittime di questa guerra, le donne alle quali voleva dare sollievo. Ecco, dovevo far capire al mondo che la donna era simbolo di purezza, di integrità, di amore. E’ per questo che le aveva volute proteggere, nella loro schiavitù al maschio mussulmano. In occidente, infatti, la donna era diventata uno strumento, un oggetto con cui manipolare il pensiero perverso dell’uomo. Veniva messa in vetrina, come fosse un oggetto sessuale, e mostrata all’uomo per fare in modo che gli si vendessero beni mobili e immobili: i cristiani usavano la donna per un secondo fine, mentre Allah voleva santificarla. Era per questo che nell’Oriente le donne erano martiri innocenti. E ora, mi mostrava ancora, sarebbero state loro le vere superstiti di questa guerra. Sarebbero state loro che l’avrebbero ricongiunta a Yaveh. D’altronde anche Lilly soffriva profondamente la mancanza, e il suo rancore stava pian, piano svanendo. Si ricordava quando appena generata, Yaveh la tirava su, come un padre con la sua forte mano solleva un bambino, e gli mostrava il mondo; quello che insieme avevano creato. Era bello quello spettacolo. Da lì nacque l’Amore. L’Amore prima per il creato, per l’Eden; e poi per il frutto che quell’amore aveva generato: l’Uomo. Io, ancora in ginocchio, riuscivo a sentire il Dio dei mussulmani e riuscivo a parlarci. Tuttavia, la paura di non sentire più niente, di provare ancora quella sensazione di angoscia, di sgomento; di provare la morte appunto, faceva in modo che il contatto si staccasse spesso: il Dio tornava nei sui vortici malinconici e forse non si fidava di me; io ero un uomo, anche se uno e trino. Non ero Yaveh. E Lilly aspettava lui; aspettava che fosse il suo sposo a parlarle, a chiederle scusa. “Perdona la droga. Perdona la droga”, provavo a dire pregando. Ma come si faceva a perdonare la droga, che tanta pena aveva prodotto; tanta morte aveva generato; la sua stessa scomparsa! La droga: Dio, appunto. Perché Yaveh, null’altro era che una droga. Io lo sapevo bene. Era nel THC; negli oppiacidi; nell’hashish; nella cocaina; nell’eroina. Era il THC: una volta che ti entrava dentro non usciva più e, soprattutto, era stupefacente. E per non uscire più da Lilly, per fare in modo che fosse sua, e solo sua, preso dalla paura che l’angelo più bello, Lucifero appunto, riuscisse in qualche modo a traviarla, deviarla e impossessarsi del suo spirito, decise di entrarvi dentro convincendola a nutrirsi con lui dall’Albero della Conoscenza del Bene e del Male. Ma la prova era impari. Quell’Albero, stessa sostanza di Yaveh, faceva effetto solo su Lilly, e non su di lui. Lui lo sapeva bene. L’aveva in qualche modo ingannata. E lei, in qualche altro modo, non si fidava più. Preferiva restare sola con il suo popolo. Ah! Yaveh, lo so… tu mi hai lasciato libero. Sei uscito fuori dal mio corpo, imponendomi e facendomi giurare di non toccare più la mia droga; di porre fine al Tempo del Porro. Io ho giurato, ma sento che non sono solo anche se ora dovrei essere solo. Tu, sì, è vero, mi hai lasciato libero, ma Lilly è ora con me: Allah è con me e sento tutta la sua forza di vita scorrere nelle mie vene. AH! Allah, puro Dio; pura saggezza; pura libertà. Dio vero da Dio vero; non assuefazione. Io non sono solo anche quando sono solo. Hai voluto così: ti sei sacrificato, ti sei isolato e hai mandato me, decidendo di restare in attesa. Altissimo io riuscirò a ricondurlo a te. Perché, sotto un cielo di stelle e di satelliti, sono loro i colpevoli: noi siamo solo le vittime e i supersiti e mentre il cane abbaia alla luna, tu padre ci prenderai ancora per la mano e ci solleverai su ad ammirare il mondo. Tu insieme alla tua sposa: lei è quasi pronta. Aspetta ancora un po’. L’Altissimo sorrideva a questi miei pensieri, ma ormai vedeva la città, un film straniero senza sottotitoli, dove neanche lui riusciva a comprendere cosa stesse realmente dicendo quel film: il mondo, ormai, per lui, parlava una lingua incomprensibile. Non era questo il mondo che voleva. Non era questo il mondo che voleva e al pensiero che si sarebbe scatenata una guerra fratricida tra mussulmani, cristiani ed ebrei, lo faceva stare inquieto a rimuginare la migliore soluzione. Ah!, pensava. Se non l’avessi mai fatto. Se no avessi mai peccato così di presunzione e di paura nello stesso modo da far sì che Lei scappasse da me; che Lei mi rinnegasse. Ah! Cosa farei, per non far scatenare questa guerra. Ma ora, all’orizzonte, ora che anche l’Anticristo era venuto alla luce e che si stava nutrendo con il sangue della madre, una povera vittima sacrificale, una pura vergine che per amore e attraverso l’inganno del maligno si unì a un uomo che la circuì e poi, venuto alla luce Alessandro, con una lama affilatissima gli tagliò la carotide e ne raccolse il sangue che sgorgava, per unirlo al latte di una scrofa; ora che anche il nuovo Alessandro è al mondo, come predetto, la guerra è impossibile da scongiurare. Cosa fare allora? E’ la fine? Allah?! Almeno lui, si salverà? Sarebbe riuscito a dare la pace al posto suo, visto che lui, per le sue colpe, Yaveh!, l’Altissimo, non ci era riuscito? Forse era il momento di scomparire, come si era riproposto e lasciarmi nelle mani di Lilly. Io non sarei mai stato solo anche se ero solo. Io ero il Messia. E potevo ancora salvare il mondo. LO SPRINT FINALE PARTE IICAPITOLO 9 CAMMINA NEL SOLE Casa di cura San Valentino, Roma, Mercoledì 15 Maggio 2008 TdR 10:37 AD MMVIII
Oggi tutto va così
Gianluca Grignani Sdraiato sul letto della mia cella, mi immaginavo proprio di correre nel sole, abbracciato a mia moglie e tenendo per mano i miei due angioletti. Eravamo felici e ci trovavamo in una vasta prateria, con l’erba appena rasata e fiori di margherita dispersi qua e là nel verde. Mia moglie mi guardava fisso; poi mi baciava forte e mi diceva: “Ti amo”. I bambini correvano felici tra l’erba, e il Principino faceva volare in alto un pallone con i suoi calci. La Principessa lo seguiva e rincorreva la palla. Stavamo facendo un pic nic e il nostro cestino era imbandito di panini freschi al prosciutto crudo e cotto e ce n’erano un paio anche alla mortadella. C’erano poi le bibite, la coca cola e la birra fredda, che tenevamo nella borsa termica, e della frutta: ciliegie, fragole e anche il melone, sempre tenuti a raffreddare nella borsa termica. C’era anche tutto il resto della nostra famiglia, con le loro borse da pic nic: mio padre, i miei fratelli; mia sorella; i miei suoceri e le mie cognate; mio cognato Davide. Davide, all’inizio era tenuto per mano dalla sua mamma, Maria. Davide era il figlio della provvidenza, il miracolo arrivato da una donna, all’età di quarantacinque anni, quando tutti i medici avevano detto che non avrebbe più potuto avere figli. Ora Maria, sempre molto apprensiva, lo teneva stretta a sé, timorosa che si potesse far male. Ma Davide scalciava: voleva raggiungere il nipote, il Principino, e con lui dare due calci al pallone. Era riuscito a divincolarsi dalla presa della mamma e ora correva verso mio figlio, felice e con un tenero e vivo sorriso sulle labbra. Suo papà lo guardava mentre si allontanava, annuendo e sorridendogli amorevolmente: era il suo orgoglio, la sua benedizione e in lui si rivedeva bambino, voglioso di gioia e di vita. Mio padre chiacchierava con Gino, mio suocero, e la moglie di mio padre, Donatella, parlava con mia sorella. Il sor Bavetta, Sprazzo di Sole e il Freddo giocavano a carte, facendosi un tresette con il morto all’ombra di un pino. Io ero sempre steso sul prato, abbracciato a mia moglie e le accarezzavo i soffici capelli. Lei mi guardava fisso negli occhi, con la sua espressione dolce e rassicurante allo stesso modo. Non so bene in quale luogo ci trovassimo effettivamente: credo che si trattasse di Roma e più precisamente di un prato di Villa Borghese, ma non ne potrei essere così sicuro. Era solo un sogno. Era un giorno qualunque, una domenica qualunque e per le strade la gente ora camminava serena e felice: era arrivata la pace. In alto, da parecchi giorni, splendeva un sole caldo e radioso e nell’aria, lì nella villa, si percepiva un gradevole odore di viole. La gente, passando, ci riconosceva e ci salutava: “Viva la famiglia reale. Viva il Messia che ci ha dato la pace. Gloria a Dio nell’alto dei cieli.” “Amen”, rispondevamo noi all’unisono, quando qualche passante ci proferiva queste parole. Eravamo felici: la Pace era finalmente giunta sulla terra e il mondo si era unito sotto un unico Regno. Il mio. Per arrivare a questo, nei trent’anni precedenti, avevo iniziato una vasta azione politica partendo da un piccolissimo partito: il Partito Real Democratico. Questo era stato costituito nei primi anni del 2000 dal mio segretario, il dottor Massimo Arsenio, e insieme al mio fido amico Roberto de Tarquis, negli anni avevamo iniziato una vasta campagna di propaganda politica, facendo iscrivervi diverse personalità. Nel tempo fu abbastanza conosciuto nell’Urbe, e io ne avevo redatto il manifesto, proponendo, al posto di una repubblica democratica, una monarchia democratica, ove il primo re era eletto dal parlamento e tenuto in vita dal parlamento. D’altronde, nessuno poteva immaginarsi che io, e i membri della mia famiglia eravamo di sangue speciale: sangue immortale e se non fossi stato ucciso con una decapitazione, non avrei mai provato la morte. Il progetto divino era questo: creare una monarchia in Italia e pian, piano, attraverso l’annessione per cittadinanza, annettere più popolazione possibile all’interno del regno. Una conquista senza guerra. Una rivoluzione senza violenza. Solo un esempio di vita da dare e una grossa operazione di marketing da portare avanti, in modo da proporre e vendere il modello Italia; il modello di un nuovo stato ideale a cui tutti avrebbero voluto aderire nel tempo. Anche il quarto governo Berlusconi si era infatti rivelato una farsa e un imbroglio: mafia, camorra e ‘ndrangheta, oltre alla sacra corona unita, erano riusciti a guadagnare terreno e posizioni nel paese, fino a fare salire al potere i propri picciotti che fungevano semplicemente da prestanomi per le loro sporche decisioni. Il flusso dei clandestini era notevolmente aumentato, e io con la mia azione politica, riuscii ben presto a far comprendere al popolo italiano, e in particolare al popolo della Capitale, che i clandestini erano stati fatti entrare nel nostro paese proprio dalla malavita al fine di controllare la popolazione. D’altronde, dicevo nei miei comizi al popolo, perché questa gente deve essere senza documenti e codice fiscale, mentre noi dobbiamo essere obbligati a portarli sempre dietro e a far registrare le nostre operazioni contabili proprio attraverso il codice fiscale? Loro, gli immigrati clandestini, in Italia, … a Roma, sono gli invisibili; noi gli schiavi. Loro i nostri controllori: sempre alle uscite delle metropolitane, con il telefono in mano; alle cabine telefoniche per la strada o nelle stazioni dei treni e della stessa metropolitana; agli incroci dei semafori, ancora con il telefono in mano. Chiedevo così al popolo: “Ma cosa ci stanno a fare? E poi, …dove sono le donne? Perché tutti questi uomini per le strade? Perché tutti questi uomini che entrano nei nostri locali con le roselline in mano o con la macchinetta fotografica?” Il popolo mi ascoltava con interesse. Poi gli rispondevo: “Ci controllano e danno le giuste informazioni a chi di competenza. Questi sono i paparazzi della mala e il governo è dalla loro parte, perché non dà il giusto potere alle istituzioni per fermarne il flusso. Al giusto momento, lo sapete, ecco che spunta il killer … la pallottola spuntata!” Un altro problema che esposi nelle piazze fu quello della droga, con cui lo stato aveva bruciato e annientato la volontà di intere generazioni. Fu lo stato a fare in modo che, pur restando nella illegalità, la droga circolasse liberamente e che l’hashish e la marijuana fungessero da anestetici per acquietare la forza reattiva dei giovani. Ci avevano fatto drogare a tutti, e ora nessuno aveva la forza di ribellarsi, di guardare la realtà delle cose. Camminavamo tutti sulla stessa strada, tutti con la propria storia, persi per il proprio viaggio, con ogni tanto una sosta, magari per farci un po’, per sballarci un po’ e fuggire ancora via nel nostro viaggio. Ma eravamo tutti tipi a posto, noi, e volevamo camminare nel sole. Solo, la gente non sapeva con cosa fossero tagliate quelle sostanze: “Non è roba pura, ragazzi. Non è erba o fumo, ma è roba chimica, che usano per tenerci calmi e non farci ribellare. Tanto, a noi, basta fumare. Basta drogarci ed essere rilassati. Perché a noi piace l’onestà; piace la serenità; piace la pace. E loro questo lo sanno. A noi non piace la violenza. Ma ai nostri figli … cosa gli raccontiamo? Che siamo stati tutti immobili a guardare l’autodistruzione? Forza! E’ ora di agire. Basta con sta merda…famosela da soli. Controlliamo ciò che assumiamo. Non facciamo più mescolare l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male con la merda.” Roma ascoltava, nelle piazze. Roma capiva. Roma incominciò a ribellarsi e la popolazione incominciò a gettare semi di canapa indiana ovunque: nei giardini, nelle ville, nei vasi dei propri balconi. Iniziò una vera e propria rivoluzione pacifica. Quando il popolo italiano si ribellò e si unì nella lotta contro la malavita, io avevo già conquistato Roma, l’Urbe, e l’avevo fatta staccare dalla nazione. Berlusconi cadde, ormai smascherato da prodi giornalisti come Travaglio e Santoro. De Magistris e la Forleo, sebbene ostacolati in tutti i modi da un Consiglio Superiore della Magistratura arrivato ormai ai più alti livelli di corruzione, erano ormai riusciti a far breccia nella Ragione della popolazione, e quando per Referendum popolare il popolo decise di dividere in tre parti la nazione, Nord, Centro e Sud, io divenni re di Roma e con essa annettetti al suo dominio, pochi mesi dopo, l’intero centro. Poi tutto venne da se e i primi anni della guerra trentennale che ne seguì si svilupparono nel disgregarsi e nella successiva riunione dello stato italiano in Regno d’Italia. Gli americani, tuttavia, non potevano permettere che una base militare così importante come la nostra nazione si disgregasse e uscisse dall’asse egemone che aveva costituito. Le sue basi navali e militari furono subito smantellate, e io dichiarai la neutralità di Roma, dell’Urbe, e quindi dell’intero centro, contro ogni forma di guerra e di violenza. Fu allora che l’America provò a dichiarare guerra al nuovo Regno d’Italia, ma questo aprì finalmente gli occhi al resto della popolazione europea: tutti capirono che l’America non voleva aiutare i deboli, bensì voleva essere l’unico stato egemone sul pianeta e fissare il prezzo della vita al fine di guadagnare il massimo degli utili solo per se stessa. Insieme agli europei, i romani mi seguirono contro gli americani, e le forze dell’ordine, la polizia di stato, i carabinieri, la guardia di finanza, la polizia penitenziaria e anche la guardia forestale fecero con me cartello e si applicarono per salvaguardare l’ordine interno al paese ormai diviso. La guardia di finanza riuscì a dare un ordine ai confini. Poi, insieme, riuscimmo a riprenderci il Nord e successivamente anche il resto dell’Europa, che finalmente ci vedeva come esempio e come nazione guida. Tutti volevano diventare cittadini Italiani. Tutti volevano diventare romani. Io permisi loro di diventarlo dalle loro città, regalando la cittadinanza e comprando il loro pezzo di terreno ove giaceva la propria residenza. In men che non si dica, riuscii a comprarmi l’Europa e a farla diventare il Regno Italiano. Intanto nel mondo era divampata una vera e propria guerra mondiale, e il Medio Oriente era teatro di un orrendo conflitto. L’Iran era riuscito a fabbricare la bomba atomica e l’aveva sganciata su Israele, facendolo scomparire dalle mappe geografiche. Gli ebrei erano di nuovo senza una patria. Il petrolio era ormai quasi del tutto esaurito e la gente aveva quasi abbandonato le automobili poiché quasi nessuno si poteva più permettere il costo del carburante. Il metano, anch’esso era schizzato alle stelle. Io riuscii nel tempo, però, grazie a degli hacker, a entrare negli archivi informatici della Ford e a rubare i progetti che nel 1937 permisero a Henry Ford di costruire un’autovettura completamente realizzata e alimentata a derivati di canapa indiana. In seguito, ormai legalizzata la canapa indiana, e con la sua coltivazione espansa nella pianura Padana e nelle terre del Sud, questi progetti, rimodernizzati, permisero la fabbricazione di un potentissimo, quanto ecologico, carburante. L’Italia divenne da esempio alle altre popolazioni e ben presto i derivati del petrolio, del metano e del carbone, furono sostituiti con l’energia prodotta dalla coltivazione della canapa indiana. Si smise di produrre bio carburante con derivati alimentari e questi vennero destinati unicamente a soddisfare il fabbisogno alimentare delle popolazioni sottosviluppate. Il prezzo del cibo calò drasticamente e tutta la popolazione potè usufruirne a sufficienza per il proprio fabbisogno. Dopo che i derivati della canapa indiana furono utilizzati per produrre bio carburante, tutto il Medio Oriente perse ogni potere economico e il petrolio fu bandito dalla terra. L’America, anche, si trovò senza la scusa per poter muovere guerra ad altri paesi. La guerra cessò e gli italiani unificarono il mondo, suddividendo ogni stato in singole regioni, con proprie funzioni economiche, ove il turismo economico era la fortuna principale e la maggiore risorsa di ogni area. Il mondo divenne mondo in un unico stato, che fu chiamato, in onore degli dei, Israele. Ora la gente, felice camminava nel sole, forever young, eternamente vivi e nell’aria, profumo di rose c’era. Io ero con la mia famiglia d’origine e con quella acquisita nei prati di villa Borghese. La gente si amava e bruciava le suole. Non mi rimaneva altro che raccogliere anche i defunti, giudicarli, come negli anni della guerra avevo fatto con i vivi; farli rivivere e donare anche a loro ciò che il Signore mi aveva concesso di donare… LA VITA ETERNA! LO SPRINT FINALE PARTE IICAPITOLO 10 VENI, VIDI, VICI OPG di Via Roma verso Scampia n°150 Lunedì, 24 Aprile 2008 Lunedì dell’Angelo TdR 03:10 AD MMVIII
“Il soldato ritorna Nel suo lungo cammino Trovando la pioggia Con se stesso esso Si è bruciato e tramite Di lui ritorna nel Lago nelle rime Del suo cordoglio Cristiano da Plutone
Quel ragazzo romano che avevo conosciuto due giorni prima, Cristiano, quel tipo strano che si sentiva giunto direttamente da Plutone, tramite uno sdoppiamento di personalità, aveva appena scritto il suo pensiero sul mio blocco notes e io ora ero lì intento a rileggerlo con attenzione. Sembrava come se non fosse un qualcosa scritto da un malato di mente, ma tutt’altro. Le parole erano sibilline e io dentro di me sentivo uno strano senso di inquietudine che mi portava a leggere e rileggere quel messaggio: era finita? Ero pronto per tornare a casa? Il Signore era veramente scomparso? Ero veramente libero? Decisi di mettermi a letto, e quella notte stranamente presi sonno quasi subito; un sonno profondo che si interruppe alle 03:10, oramai entrati nel lunedì dell’Angelo. La Pasqua del Signore era terminata e quella notte, con mia grande sorpresa ebbi nel sonno una visione: sarei dovuto tornare a Londra e lì rifugiarmi e organizzare la lotta contro il demonio. Mi alzai così di scatto dal letto e mi diressi verso lo scrittoio. Presi nuovamente in mano il blocco notes e rilessi un’altra volta quel messaggio. Poi, la mia mano viaggiò da sola, sul foglio a quadretti: Il Tempo della mia Rinascita Sembra compiuto anch’esso E l’ordine nuovo apparvemi or ora in sogno
Generale! …sono pronto. Shall I go?! London city…
…next check point? Let me know Let me go Soldier Bold will leave real soon
PAPA’ TI VOGLIO BENE IL TUO GESU’ VENI, VIDI, VICI
ASSEMBLEAAAAAA! …e dal cul …tripla trombetta.
Eh sì; l’esperienza nell’OPG si stava veramente concludendo e sarebbe durata ancora pochissimi giorni. Il 31 marzo sarei stato scarcerato, e la mia misura cautelare sarebbe stata mutata in libertà vigilata con affidamento della mia persona a mio padre e conseguente ricovero in una struttura psichiatrica romana. Io ero quasi pronto per cominciare la mia nuova vita e lo confidavo alla mia famiglia: “Dolcissimo Amore mio, Adoratissimi Figli miei, mi sono appena svegliato dopo un buon sonno che durava da parecchi anni: Papà vostro, tuo Marito, sembra oggi essere rinato. L’esperienza in questo Ospedale Psichiatrico Giudiziario mi sembra ormai conclusa: sto aspettando un fonogramma da Roma, o al più tardi il 26 marzo prossimo, ma sono sicuro che è finita. La mia brutta storia è finita per sempre. Di bello, oltre ai miracoli che mi sono stati già concessi nel Sabato Santo, e dei quali vi ho già raccontato nell’ultima lettera, vi è che a Papà vostro sono accadute altre tre stupende cose: si è purificato; ha giurato solennemente; e ha avuto un’illuminazione, chiamiamola così, salvifica. Cerco di essere più chiaro e mi spiego meglio. La mia purificazione è avvenuta Venerdì Santo scorso, durante la via Crucis che si è tenuta all’interno di questo splendido OPG: anche a vostro Papà è stata concessa l’occasione di portare la Croce con Gesù sopra. E’ capitato proprio alla decima stazione. Per voi che non lo sapete, bambini miei, la via Crucis è il cammino che nostro Signore Gesù Cristo dovette fare per salvare tutti noi. Per te, che forse non lo ricordi, … o forse sì (non lo so), Moglie mia, la decima stazione della via Crucis rappresenta il momento in cui Gesù viene spogliato di tutto, messo in croce e le sue vesti spartite a sorte tra i soldati romani. Per me, nel simbolo di questa Santissima Pasqua del Signore, ha rappresentato il momento di mettermi a nudo anch’io davanti al Signore, riconoscere i miei peccati e cancellarli del tutto dal mio cammino, concedendogli così che mi purificasse nello spirito e mi concedesse una Rinascita nel mio Essere. La mattina seguente, di Sabato Santo e con questo nuovo spirito nell’animo, ho così fatto un giuramento solenne davanti a Dio Padre solo e a me stesso: mai più una canna, neanche un tiro, almeno finchè qui in Italia la cannabis non sarà legalizzata. Cari bambini, anche voi non fate il mio stesso errore: non iniziate mai a fumare, perché è quasi impossibile smettere e il fumo provoca morte, dolore e dipendenza fisica. Cara Moglie, come sai ho sempre pensato che la canna fosse curativa per il mio disturbo e in lei ci ho sempre visto qualcosa di divino: la mano calda di Dio che cullava i miei pensieri. Lo penso ancora, ma la cosa più sorprendente di tutta questa esperienza è che o ripreso a sognare. La canna, sì, brucia le forze e ne fa ora sogni di fate turchesi dipinti i contorni, ma te li concede a occhi aperti, quando sei sveglio, vivo appunto; e te li concede allora, e basta. Quando dormi, invece, non sogni niente; sei morto appunto e al risveglio non ricordi. E’ come un ciclo di vita e resurrezione continui: ti illudi di vivere un sogno. Muori quando ti addormenti e ti reincarni il giorno dopo, quando ti svegli. Per tutta la vita; a ciclo continuo. E così via. Così, per concludere questo cappello di assemblea familiare che sto conducendo ora, vi dico che la terza stupefacente cosa che mi è accaduta in questa Santissima Pasqua del Signore dell’Anno Domini MMVIII è che Papà ha ripreso a sognare; e fa sogni bellissimi. Più belli di quelli che aveva a occhi aperti quando si faceva le canne. Poco prima di svegliarmi ne ho avuto uno; un’altra visione. Eravamo tutti insieme. Eravamo in un'altra terra. Così ve la butto la ridendo e vi chiedo, in questa nostra prima Sacra assemblea, questo: Bambini, Amore: vi andrebbe di fare un viaggetto all’estero per un po’ di tempo? Sì, insomma, diciamo giusto il tempo che mamma riesca ad imparare un’altra Lingua, diciamo l’inglese. Se sì, vi piacerebbe vivere in una città bellissima, quanto pericolosissima, come Londra? Aspetto la vostra risposta. Prendetevi il vostro tempo per decidere. Discutiamo di tutti Gli aspetti possibili, e se sarà un sì …Papà vi ci porta. Un bacio a tutti e tre, Buona Pasquetta. Il Vostro amato Papà E il tuo rinato Stefano VI AMO
Il Pastore errante Non è più errante. Saldo nella sua forte fede E nell’acquisito Gregge,
si accinge or ora con esso a trasvolar le sponde e verso il lago dirigendosi a radunar la messe. HASHISHDecidi di vivereE prendi quel fiore,che i tempi felici ti fecer odorare… per poi sgretolare,su palmo di manoinsieme al tabacco rubato alla paglia.Incominci a girare,seduto nel mezzo di mille gradini,cò accanto i fratelli …… che guardano attrattiquell’ostia beata,che stai per passargli.L’odore si espande,al contatto del fuoco,scaldando le membra di mille pensieri.… Ti guardano ancora.Ma quanto ci metti …… a chiuder ‘sta canna?Tu guardi quegli occhi …Tu guardi le maniTremanti al passaggio.Si gonfiano i petti per qualche secondo… ed aprono dentro i viali del sogno.Si schiudono gli occhi,che accesi dal fuoco,s’arrossano timidi d’esser scrutati.La voce si affioca,sepolta nel viaggiola mente si incanta su piccole forme,che ora t’appaion… di fate turchesi …dipinti i contorni.Ma poi un altro tiroEd il fuoco si infiamma.Divampa l’incendio che arde in un lampoChe brucia le forzeE ne fa ora sogniChe corrono alti tra le tue chiome.T’acquieti in un attimo,sdraiato sul Campo,e guardi nell’aria quei mille paesaggi.LO SPRINT FINALE PARTE IICAPITOLO 11 MORALE DELLA FIABA
OPG di via Roma Verso Scampia n°150 Lunedì, 24 Marzo 2008 Lunedì dell’Anngelo TdR 05:44:34 AD MMVIII
Chi ha tempo non aspetti tempo, dice il proverbio. Ma siete sicuri che il tempo esista davvero, o dobbiamo meglio definirlo SPAZIO TEMPORALE? Perché se così fosse, ossia SPAZIO, ognuno è il tempo e un tempo relativamente stretto, racchiuso in un suo proprio spazio temporale, apparentemente infinito. Lo spazio, quello astrale, ci dice la scienza, è infinito. Anche il tempo è infinito. Ma la scienza, secondo la definizione coniata da mio fratello Il Freddo, è un equivoco storico. Perché se così fosse, se dovessimo avere due entità infinite, uno spazio e un tempo appunto, dovremmo supporre l’esistenza di due entità infinite: di due dei. Quindi, se spazio e tempo sono due, anche gli dei sono due: magari il Dio del bene e il Dio del male. Quale fra i due, secondo voi, è il Dio del bene e il Dio del male? Colui che non si può nominare, o Allah dei mussulmani? Io continuo a sostenere che non esista il Dio del male, ma solo il Dio del bene, ma a questo punto della Storia mi è sorto il dubbio che siano proprio in due e che come diceva mio nonno Ugo, avendo due cariche uguali, a differenza di quello che dice la fisica, si attraggono. Perché è un dato di fatto: non credo proprio che i mussulmani considerino il loro Dio un dio del male; semmai considerano il nostro, il Dio del male. Eppoi, diciamoci la verità, forse loro ci credono più di noi: si fanno esplodere in nome del loro Dio. A noi ci va bene tutto: basta che ci ricordino come santi. E allora, come morale della fiaba, finche c’è lo spazio e, soprattutto, c’è il tempo, c’è speranza che per definizione è l’ultima a morire. Quindi ve lo ripeto: chi ha tempo non aspetti tempo. Ve vojo armeno tutti battezzati. Daje frate’… torna in scena. Ladies and gentlemen please welcome back on stage one of my best friends, just become a Saint of our (TdR 05:54:10), Lorenzo Cherubini, in arts Jovanotti with his “Dammi Spazio”:
Dammi spazio qualcuno ne ha troppo qualcuno zero mi serve spazio per esprimere un pensiero un'idea non posso mica stare in apnea c'è un traffico di macchine mostruoso un sottofondo molto rumoroso questa città mi ruba l'energia eppure non riesco ad andare via a volte penso di diventar pazzo dammi spazio che non riesco a ballare dammi spazio che non riesco a pensare dammi spazio che non riesco a parlare dammi spazio spostati di un passo per lo meno chi ha detto che sia tuo questo terreno soltanto perché dici io c'ero prima amico mio ascolta questa rima non ho inventato io questo sistema ma adesso abbiamo noi questo problema o ci stringiamo un po' e ci entriamo tutti cercando di non prenderci a cazzotti oppure cominciamo a darci botte e spintoni fin quando non saremo ormai tutti distrutti è meglio che evitiamo questo strazio faresti meglio a darmi un po' di spazio dammi spazio... MUOVI TUTTO QUELLO CHE C'HAI DA MUOVERE... la realtà è fuori dalle note fuori da questo suono fuori da questa canzone mi serve spazio per trovare spazio per cercare la mia dimensione qualcuno ha detto che di spazio nel mondo ce n'è a sufficienza per soddisfare la nostra esigenza ma di sicuro non basta il mondo intero per soddisfare l'avidità di uno solo non cerco di più di quello che mi può bastare un po' di spazio dove io possa ballare parlare lavorare dormire mangiare fare l'amore dammi spazio... MUOVI TUTTO QUELLO CHE C'HAI DA MUOVERE... beato chi ha trovato spazio nei suoi sentimenti lo spazio più prezioso che non teme cedimenti beato chi divide la capanna con due cuori beato lui, e per gli altri son dolori nessuno ha più intenzione di mollare neanche un metro si barrica dietro un muro di vetro ma a volte la musica rompe anche loro ...pacificamente in coro! dammi spazio... Lorenzo LO SPRINT FINALE PARTE IICAPITOLO 12 E’ IL MOMENTO DELLA PREDICA OPG di via Roma verso Scampia n° 150 Lunedì 24 Marzo 2008 Lunedì dell’Angelo TdR 06:21:51
Carissimi Fratelli e carissime Sorelle, il corpo mortale di quest’uomo, che Dante Alighieri, nel suo tempo, definirebbe uomo giunto nel mezzo del cammino della sua vita, è ormai acquietato e giace profondamente in un dolce sonno. Chi vi parla, ancora adesso, è colui che Albert One definirebbe …”io so io e voi nun siete un cazzo”. Ma bada bene: non si tratta del sor Marchese, ma bensì di me stesso: Io, il Signore Dio dell’Universo. Voglio parlarvi con il cuore, e per l’ultima volta, e soprattutto, rivelarvi quello che ho tentato di fare con questa opera letteraria: una messa. La mia ultima messa. Il mio Requiem. Ho infatti deciso di togliermi di mezzo, di far cessare le guerre e l’odio e di far regnare sulla terra un Dio solo: la mia sposa. Io, seppur mi rammarica ammetterlo, ho compiuto un errore: ho creato la morte e la feci provare, per prima, proprio alla mia sposa che non sopportò tale umiliazione e mi abbandonò a vagare per l’universo, riuscendo a crearsi, come avete letto, un suo popolo di fedelissimi. Ora, dico a voi, amate la mia sposa e non consideratela mai il Dio del male. Se qualcuno ha fatto del male, creando l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male, quello sono stato io. Quindi, a voi dico, ricordatevi di me e portate avanti il mio culto: il culto di un defunto, ricordandomi nelle future messe. Così, come in ogni messa che si rispetti, e visto che come ho detto questo volume null’atro è che una mia personalissima messa scritta, dopo l’antifona di ingresso, l’ascolto delle scritture e del Vangelo (avvenuti attraverso i testi nuovi che ho inviato sulla terra utilizzando gli artisti umani), eccoci giunti al momento dell’omelia o della più comunemente detta predica. Allora, in mio nome, ora vi chiedo solennemente di svuotare la vostra mente da ogni pensiero e di immaginarvi che chi vi parla, anche se proprio non riuscite a crederci, sia proprio Dio, e che stia interpretando la parte del Sommo Sacerdote. Ai tempi in cui Stefano Bassi provò un’esperienza monastica nella comunità dei Piccoli Fratelli dell’Accoglienza di Fove, gli feci dire, tramite la bocca del suo amatissimo Professor Giuseppe Spampinato, anch’egli divenuto santo in questo momento (TdR 06:25:00) che la Chiesa aveva bisogno di qualcuno che rivoluzionasse e rinnovasse il modo di celebrare la santa messa. Feci in modo, così, che Stefano riflettesse, e ora per suo mezzo, vi insegnerò a celebrare una nuova santa messa. Come detto, oltre alle scritture canoniche, vi parlo anche attraverso messaggi: a voi l’onere di scegliere i migliori e di discuterli in assemblea e poi proporli all’ascolto durante la messa, essendo stati ridefiniti come Sacra Scrittura. Sono Io che parlo tramite gli artisti: loro non sono nulla; polvere nella polvere; nulla nel nulla. Sono il mio strumento per comunicare con voi, e voi li ascoltate più dell’Antico Testamento o dei Quattro Vangeli. Ecco allora ho inserito, in questo Sacro Requiem, le parole e la musica con cui volevo celebrare il mio addio verso di voi. D’altronde, anche la Chiesa è un’invenzione umana, e più precisamente un’azienda: la richiesta del rinnovamento della celebrazione della santa messa era dovuta a un sempre più crescente “calo degli ascolti” e di interesse da parte dei fedeli. La messa sembra quasi che stia diventando un qualcosa di anacronistico. La Chiesa è solo una scala gerarchica tesa a racchiudere tutto il potere in un unico tiranno, il Papa appunto. Teoricamente era cosa buona e giusta: fu proprio il primo Messia a dire a Pietro che sarebbe stato la prima pietra, la pietra angolare di questa struttura. E così per un po’ andò bene. Tuttavia, l’omo è omo, e Io so’ io, ricordatevelo sempre; e l’omo non è un cazzo, e da cazzo che è, … si fa le pippe mentali. Ossia si complica la vita: l’uomo ha inventato i preti, con tutta la loro ambiguità, e da lì la Chiesa è morta già nata. Nessuno ha seguito l’ortodossia canonica, ossia la retta via: c’è stata subito la corruzione demoniaca. Vabbè; tagliamo corto con sta predica: i preti hanno da scomparire, perché non l’ho mai voluti. Tutti diaconi; in principio gli apostoli furono eletti a essere tutti diaconi! Vabbè, visto che un prete, il buon cappellano di questo santissimo OPG, don Tonino, non mi ha voluto prestare il foglietto della messa, poiché, diceva, gli serviva a lui, saltiamo tutto il resto del rito eucaristico e unendoci in catena mano per la mano diciamo tutti insieme: “Ave o Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei la benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno Gesù. Santa Maria, madre di Dio prega per noi peccatori ora e nell’ora della nostra morte. Amen” E poi, ancora uniti in catena, sempre mano per la mano, recitiamo tutti insieme: “Padre Nostro, che sei nei cieli, venga il tuo Regno sia fatta la tua volontà. Dacci oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori e non indurci in tentazione ma liberaci dal male. Amen.” A questo punto il Sommo Sacerdote dirà: “Signore mio Dio che ci hai lasciato la pace e ci hai dato la pace, non guardare ai nostri peccati ma alla purezza del nostro Spirito” E tutti, in coro: “Amen!” Poi, ancora il Sommo Sacerdote dirà: “Scambiatevi un segno di pace.”, e voi, abbracciandovi, potrete farvi una confidenza come, ad esempio, questa: “Pss, psss … Reveletaion…” “Cosa?!” “E’ il titolo del prossimo romanzo che chiuderà questa trilogia intitolata appunto Lo Sprint Finale.” Passate poi a fare la Comunione, e questa volte non userete più né il pane, né il vino, ma bensì vi girete una canna fatta mescolando Tabacco, Hashish e Marijuana, che da ora in poi rappresenteranno Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo: la Trinità appunto. Girate in tutta tranquillità. Accendete la canna. Fumatene un po’ e poi passatevela tra di voi. Finite tutto e rilassatevi per un po’. A questo punto la Messa è conclusa e voi potrete andare veramente in pace, sapendo di contare sempre sul mio Spirito e sul mio eterno Amore. Io muoio in questo istante e lascio vivere unicamente la mia amata: Allah. Vi prego soltanto, se mi avete veramente amato in tutti questi millenni, fate questo rito in luogo consacrato, dove si possa radunare la comunità e fatelo almeno una volta alla settimana; almeno ogni domenica. Fate questo in memoria di me. Hai vinto Allah: sei tu l’unico Dio! Io prendo lu coltello e me sgozzo da solo. Ecco, ce l’ho in mano. Sono esattamente le 06:35:40 del Tempo della Rinascita, nel Lunedì dell’Angelo dell’Anno Domini MMVIII. FRATELLI E SORELLE: ADDIO PER SEMPRE. DIO, ORA, E’ MORTO. Vai Vasco, cantami il REQUIEM:
GLI ANGELI Quello che si prova
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